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Out there

273 Secondi Di Silenzio

Smettere di ascoltare per tornare a sentire

Eccoci qua, ben (ri)trovati/e. Da dove arrivate? Riformulo meglio: avete appena fatto clic su un link sperduto in qualche angolo del web, questo è chiaro, no? Vi vedo. Riesco a immaginarvi mentre iniziate a leggere queste righe con sguardo interrogativo. Ma esattamente in che momento vi trovate? Siete in treno? Sulla metro? Oppure a lavoro? Magari a letto? O mentre bevete qualcosa con gli amici? A lezione in università? Forse siete semplicemente seduti sul cesso? In verità poco importa, nella più probabile delle ipotesi presumo che i pochi minuti che state per dedicare a questo articolo siano tempo prezioso che state rubando a ciò che stavate facendo fino a un secondo fa o a quello che dovrete fare subito dopo. E che, come ad ogni altro nuovo input che ricevete, gli dedicherete il minimo dell’attenzione possibile, proprio come starete per fare tra un istante e via così in un loop infinito.

Facciamo un test. Se ora vi dicessi che per continuare con la lettura fosse indispensabile l’ascolto del brano che trovate qua sotto, obbligatoriamente dall’inizio alla fine, quanti di voi arriverebbero al prossimo paragrafo? Non vi resta che schiacciare play e scoprirlo.

Lo so lo so, siete tutti ancora qua, che tanto mica potete dimostrarlo di essere arrivati in fondo alle oltre 5 ore di “The Well-Tuned Piano” (una delle partiture musicali più lunghe mai concepite e per dovere di cronaca mai realmente ultimata, quindi avrebbe potuto durare anche di più), per barare vi bastava un colpo di dito (che comodo agio forgiato nell’ipocrisia questa nostra vita online!). Anche perché dai, parliamoci chiaro: chi ha 5 ore da perdere per sorbirsi un lagna infinita di solo pianoforte che sembra pure stonato? Io no, lo dico senza sarcasmo.

Che viviamo in un mondo sempre più frenetico non penso ci sia bisogno della mia poca arguzia per farvelo ricordare ancora una volta. Siamo immersi in un flusso incessante di caos e nulla cosmico. Le cose ci arrivano addosso a tutta velocità, senza sosta: input sensoriali di ogni tipo, impegni improrogabili, nuove possibili conoscenze, oggetti da acquistare, traguardi da raggiungere. Tutte cose artificiali, di fabbricazione inequivocabilmente umana, che sempre più spesso vanno a toccare i nostri sentimenti più primordiali: la paura, l’invidia, la rabbia, l’avidità. E il desiderio. Che poi è ciò che sta all’origine di tutto, causa di ogni sofferenza, come individuava giusto 2500 anni fa il Buddha Sakyamuni nelle Quattro Nobili Verità, principi chiave della sua geniale (e ancora oggi attualissima) indagine della mente umana. Quindi mi pare che anche in questo caso non vi sto dicendo nulla di nuovo.

L’impero dell’internet 3.0 in cui siamo intrappolati però non è altro che questo. Ne parlavo già nell’ultimo articolo. “Produci, consuma, crepa”, citavo. Ma potrebbe essere anche “guarda/ascolta, clicca, compra”. Il meccanismo è sempre quello e per quanto crediamo di essere svegli e preparati non possiamo sfuggirgli se accettiamo di vivere una vita “normale” all’interno della società contemporanea. Il fatto è che non siamo più solo consumatori, ormai siamo anche noi stessi prodotto da consumare in modo in-sostenibile. Compriamo o siamo comprati? È una distinzione che si fa sempre più confusa. È una spirale che si avvolge sempre più stretta su se stessa in una morsa che prima o poi sarà letale. Ma è un discorso terribilmente più ampio e complesso, quindi lasciamolo da parte.

Molto più banalmente però vi accorgerete che questa downward spiral porta con sé delle inevitabili conseguenze e la più immediata e riscontrabile sul nostro vivere quotidiano è che tutto ciò sta erodendo lentamente la capacità e disponibilità di ognuno di noi a mantenere la concentrazione su un singolo “oggetto”, su un focus preciso. Siamo sempre più affetti da un disturbo da deficit dell’attenzione e mi sento di prevedere che se non cambierà qualcosa per ogni nuova generazione sarà sempre peggio. Ebbene, il test che vi proponevo poco fa, a cui tutti avete barato, dimostra proprio questo.

Questa perdita sempre più grave dell’attenzione quindi è estremamente evidente anche nell’approccio contemporaneo alla musica, che poi è ciò che ci interessa in questo contesto. La situazione procede allo stesso identico modo rispetto agli altri ambiti della socialità, come dicevo poco fa: chi ha 5 ore di tempo da dedicare alla fruizione attenta di una singola composizione musicale? Stando a quanto appena riscontrato non solo io, ma nessuno di voi.

Come se non bastasse (allo stesso modo conseguenza e causa di questa costante battaglia dei sensi) le nuove tecnologie e gli odierni metodi di ascolto stanno accelerando vertiginosamente il ritmo di produzione/pubblicazione/ascolto dell’opera musicale. Per rimanere terra terra: ogni venerdì (giorno ufficiale delle nuove uscite discografiche) veniamo inondati da un fiume in piena di nuove cose da ascoltare. Ore ed ore di nuova musica, di qualsiasi tipo. Come dicevo a un’amica l’altro giorno: ormai il venerdì mi mette più ansia che il lunedì. Il che è tutto dire. A parte gli scherzi, nelle ultime settimane mi sono ritrovato più volte ripetutamente a passare in rassegna ogni nuova uscita, sempre più in preda a una sorta di euforia, molto più vicina a una nevrosi (ed è proprio di questo che si tratta) per poi ritrovarmi dopo un paio di giorni con la straniante sensazione di non avere ascoltato nulla ma soprattutto (ancora peggio) di non sapere più cosa ascoltare, cosa mi piace, cosa mi emoziona davvero.

È qui che mi sono reso conto di soffrire anch’io di questo deficit dell’attenzione, che mi ha reso sempre più “drogato” di novità, play dopo play, dipendente dal bisogno costante del “nuovo”, annaspando alla ricerca di qualcosa che nemmeno io so cos’è. Perché in realtà non esiste.

La verità purtroppo è che l’ascolto di un disco o di una singola canzone è molto più che un semplice stream, molto più dei 3 minuti e mezzo dell’ennesima hit estiva usa e getta o del nuovo pezzo trap fotocopia infilato nel marasma del fast food musicale di un New Music Friday. E rischiamo sul serio di dimenticarcelo per sempre.

Ci sono dischi che per essere compresi e apprezzati nella loro natura più profonda necessitano di continui e ripetuti ascolti. Dischi che segnano tutta la nostra vita. Per cui è necessario scavare continuamente tra gli arrangiamenti, tra le note per arrivare ad afferrarne il senso più nascosto. Che ancora dopo decenni sono in grado di rivelarci qualcosa di più di sé stessi e della musica in senso lato. Anzi è proprio questo che li rende capolavori, opere totali senza tempo. Che so, prendiamo Pet Sounds dei Beach Boys ad esempio: è un disco di canzoni dichiaratamente pop, immediatamente comprensibili a chiunque a un livello più superficiale, ma che nasconde un mistero di ricerca e di trasformazione della materia musicale per me ancora oggi insondabile.

Oppure, restando all’attualità, come si fa a giudicare in maniera così saccente e insindacabile il nuovo di disco di Nick Cave (uscito venerdì scorso) come “noioso”, “pesantissimo”, “privo di idee” a meno di 12 ore dalla sua uscita. È un disco difficile, lacerante, meravigliosamente duro e straziante e la cui bellezza sta anche proprio in questo suo essere ostico e frutto di scelte formali ed espressive estreme. È un album che ha bisogno di essere affrontato poco per volta, masticato lentamente, assaporato in ogni sua sfumatura, metabolizzato. Come si può essere così arroganti e pensare di potere elaborare in meno di un ascolto distratto una sentenza definitiva su un’opera che ha richiesto chissà quanti mesi di gestazione e chissà quale sforzo emotivo da parte dell’autore?

Nella nostra compulsiva frenesia sensoriale multitasking siamo arrivati a modificare la nostra stessa percezione, interrompendoci da soli nelle nostre stesse azioni, bloccando le nostre capacità cognitive, presi da questa corsa in cui è concepita unicamente la vittoria, sperando di renderci sempre più “efficaci” e pronti a prendere al volo il prossimo input, a discapito della Verità, ottenendo quindi la perdita non solo della capacità di attenzione, ma anche della comprensione stessa delle cose, dell’apertura ad afferrarne il senso profondo, finendo quindi per isolarci da tutto, ripiegati su noi stessi e il nostro smartphone.

Se per voi che state leggendo, la musica è davvero ciò che conta più di qualsiasi altra cosa, ciò che guida e accompagna le vostre vite, come lo è per me, credo sia importante tornare a riscoprire l’ascolto come atto.

La scelta di un disco e la sua fruizione piena e consapevole rappresentano sempre un atto compiuto, un momento in cui qualcosa si realizza: un atto di crescita personale, di coscienza di sé, di elevazione dell’essere e di evoluzione della nostra visione del mondo. Un atto d’amore, verso la Musica ma anche verso noi stessi. Un atto certamente spirituale. A volte anche un atto politico.

Atto quindi in senso aristotelico come ciò che si oppone a quello che è in potenza. Quindi anche in accezione taoista, ciò che si compie e non può esistere se non in opposizione alla sua assenza. Yin e yang. Nulla di più. Processi ciclici fondamentali per lo scorrere armonico delle cose. Si torna ancora una volta a questo concetto. Presenza e assenza. Pieno e vuoto. E dunque il suono come ciò che non potrebbe esistere senza il silenzio che lo precede.

Ma cos’è il silenzio? Nel 1952 John Cage compone 4’33”, la sua opera più anarchica e concettuale e a mio avviso uno dei punti chiave nell’evoluzione della musica contemporanea. Si tratta di una composizione in tre movimenti, per qualsiasi strumento, in cui l’unica indicazione è “non suonare lo strumento”. Per una durata totale di 4 minuti e 33 secondi (o anche 237 secondi, possibile richiamo alla temperatura dello zero assoluto, -273,15°C). Non è uno scherzo e non c’è nemmeno nulla di ironico.

Cage, già negli anni appena precedenti, aveva iniziato a fare studi sul silenzio e l’aveva sfruttato in modo sempre più preponderante in diverse opere (ad esempio “Waiting”, partitura per pianoforte composta per la maggior parte da silenzio), ma è con 4’33” che il cerchio si chiude. Il silenzio si fa unico elemento in gioco, spazzando via ogni intenzione espressiva fino ad arrivare alla paradossale conclusione per cui in realtà il silenzio assoluto non esiste. Anche nell’esecuzione di un brano in cui gli strumenti non devono suonare avremo comunque la percezione, forse ancora più netta, di tutti i suoni dell’ambiente che ci circonda, che quindi diventeranno essi stessi il fulcro dell’opera.

D’altra parte Cage era un grande studioso di Buddhismo Zen e questa scelta così violenta nel ricercare il vuoto sonoro non può non farmi pensare ai metodi di insegnamento di certi maestri della scuola Rinzai che promuovevano il raggiungimento dell’illuminazione attraverso l’uso di improvvisi shock intellettuali.

Al di là di tutte le implicazioni filosofiche e concettuali che questa composizione porta con sé (e per le quali non basterebbe un intero libro) la riscoperta del silenzio che ci obbliga a fare ha quindi una portata gigantesca in questo momento storico, molto più di quando fu concepita.

Ci porta a riflettere sulla nostra condizione di oggi, ci pone davanti a quel deficit dell’attenzione di cui sopra, come un pugno in faccia. Ci spinge a fare per forza un passo indietro.

Negli ultimi giorni ogni tanto spengo Spotify, vado al parco o in campagna a correre e mi lascio andare al silenzio.

In silenzio ritrovo la vera essenza dei suoni e con essi la consapevolezza di me in quanto parte del Tutto e non centro intermediale inconfutabile di ogni attività di questo Universo. Riprendo coscienza del valore del tempo, che è quanto di più Nostro esista, la vera e unica proprietà privata per diritto naturale. Annullo ogni aspettativa e svuoto il cuore e la mente dall’overdose di stimoli sensoriali a cui sono costretto ogni dannato secondo. A volte sarà strano, imbarazzante, forse quasi spaventoso. Ma è l’unico modo per riaprire le porte all’attenzione e alla più profonda empatia con la realtà ultima delle cose attraverso cui spesso solo la musica è in grado di condurci.

L'autore

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