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Out there

Ryan

«When they said “Sit Down” I stood up, oh growin’ up.»

Ho poco più di vent’anni e faccio l’operaio. Sicuramente non sono mai stato il più intelligente della classe, ho sempre fatto schifo in quasi tutti gli sport, non ho mai frequentato l’università – anzi, a dire il vero non ho mai neanche minimamente pensato di farlo – e non ho mai girato il mondo o vissuto incredibili avventure in qualche altro continente.  

Mi piace andare in bici, ai concerti e al bar o starmene interi pomeriggi sdraiato sul divano senza fare assolutamente un cazzo di niente (come a un sacco di altre persone spero). Odio le magliette a tinta unita – mi fanno veramente cagare – ma mai tanto quanto i risvoltini ai pantaloni. Credo fermamente che la foto di un tramonto non c’entri assolutamente nulla con “Take a walk on the wild side” di Lou Reed, non sopporto la gente che è convinta che Springsteen sia una sorta di patriota o, ancora peggio, un nazionalista americano solo perchè ha scritto “Born in the USA”. Dopo trenta secondi di un pezzo Ska inizio a perdere la pazienza e tento di distruggere qualsiasi cosa emetta quel suono e non comprerò mai una maglietta dei Pink Floyd o dei Joy Division.

Ho sempre pensato che la musica, oltre a fare divertire e ballare la gente, sia anche il più profondo strumento di comunicazione al mondo in grado di dare voce a chi non ce l’ha. Ha la forza di scuotere l’animo della gente, ha la forza di farci riflettere su chi o cosa siamo realmente, su cosa va e non va nella nostra società, ha la forza di schierarsi dalla parte del più debole. Per me la musica ha la forza di cambiare le cose.

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