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Out there

DEL MEDIOEVO SEMANTICO

Apologia del vuoto.

Le mattine si fanno fredde e la rugiada colora di scuro i campi arsi, assetati di pioggia. L’autunno si abbatte storpio sui tetti ammucchiati e nell’Agorà i maestri non si riuniscono più. La provincia diventa letargica e insopportabile mentre i bar vuoti assistono a concerti di fisarmonica cari solo a chiome sbiadite. Sembra di essere ad Alassio. L’aria è tersa ma il cuore si riempie di nebbia e foschia. Di nebbia e foschia. Quanto dovrò stare ancora qui? Un anno o al massimo sei mesi in più. La signora Muscico ha fatto cadere il telefono nel cesso ma vorrebbe recuperare le foto del suo nipotino. Non importa dove, sento solo che devo andare, è fatale. Marco, quello che ha il bar qui di fronte fa un sacco di nero e quando si incazza con la sua fidanzata spacca l’iPhone X contro il muro. È già la quarta volta. Non me ne frega un cazzo, ovunque ma non qui, non così, ti prego. E che ne sarà di noi? Non lo so. Loro invece si girano dall’altra parte facendo finta di non capire, magari cambiano discorso. Non vale nemmeno la pena iniziare, tanto è uguale dappertutto. Avete ragione.

Sulla strada statale il traffico scivola lento e ordinato, composto. Nessuno supera più, come se ogni automobilista avesse già raggiunto tutti i propri traguardi nella vita e non avesse molto altro da dire. Il vetro sporco del pullman rivela un’umanità immobile, sazia, in un lento moto perpetuo verso il vuoto oscuro. Calmi come vacche indù, allineati e pronti al massacro quotidiano. A Tokyo è già mezzogiorno e io mi sono appena svegliato. Anche oggi il centro commerciale si riempirà, ecco perché Calcutta ha successo. Mentre noi ci dedichiamo alla lettura e all’ascolto di un buon disco, là fuori i nostri nemici continuano a figliare, infoiati e indomiti come purosangue americani. L’esercito russo non era più forte o più organizzato, era solo più numeroso.

Mandano il mondo a puttane giorno dopo giorno, regola dopo regola, mentre noi ci rifugiamo nei romanzi di Steinbeck e piangiamo da soli, nel nostro salotto buio ascoltando Bonnie Prince Billy. Froci comunisti. Vietato campeggiare, vietato fumare, vietato accendere un fuoco, vietato giocare a calcio nel parco, vietato calpestare l’erba, vietato fare tardi. E intanto il traffico scivola lento e ordinato, composto, marciando verso il salario e nel terrore della Madama. Ecco perché va di moda la Trap, perché sono storie di periferia, di gabbio e di droga. Pare che anche Guaidó abbia legami coi Narcos, ma il Venezuela è pronto a difendere il suo sacro suolo e non accetterà pretesti. Noi invece abbiamo smesso di combattere? 

Timbro il cartellino, chi l’avrebbe mai detto. Sono allineato nel traffico ordinato, con la testa bassa, diretto al macello. Il 47% della popolazione è analfabeta funzionale. Quindi uno su due non è in grado di produrre o decodificare un testo scritto? Si esatto. Alzo la saracinesca e indosso la stessa maglietta che sto usando da due settimane, forse tre. La signora Nunzia avrà 70 anni almeno e non riesce a pubblicare una foto su Facebook con dietro le stelline, come invece fa sempre sua figlia. Puzza di piscia. Che degrado. Mi rifiuto di contribuire a questo scempio generazionale e la congedo. Sono la vita sprecata di Tyler.

Mentre il signor Mondani cerca di capire quale custodia Apple rispecchia di più la sua personalità a me scappa da cagare. La marmotta ha già messo fuori la testa. Finalmente seduto. Leggo un articolo su Internazionale di un giornalista in viaggio in Romania, sul mar Nero, per visitare i luoghi della sua infanzia genealogica. Racconta di suo nonno. Se non hai niente da dire stai zitto. Il contenuto è ormai storia, forse potrei scrivere anch’io per Internazionale. Torno nel laboratorio e mi dedico allo smontaggio del connettore di carica di un iPhone intestato ad uno studio legale. Sono il colon di Jack. Inizio ad ascoltare con attenzione il contenuto delle canzoni che da mesi e mesi rimbombano odontoiatriche nel nostra playlist di Spotifiy, forse risentito per quell’articolo su Odessa.

Abbiamo fatto le imbarcate in motorino
Sotto la pioggia, sotto tsunami di vino
E il massimo che abbiamo preso è il tombolino
Un happy ending alla fine va benino
In tre dentro una Smart a mangiare Smarties
Io che da fidanzato t’ho fatto da taxi
Abbiamo litigato e poi mi hai tolto il follow
Ho fatto finta di dormire al decollo (amo’)

MERCI – CARL BRAVE

Un happy ending alla fine va benino. E’ tutto qui il riassunto della nostra generazione. L’arte, lo specchio del contesto socio-culturale d’appartenenza e allo stesso tempo parte formante di esso. Specchiatevi adesso e restate con le mani in mano, come avete sempre fatto. Questo è il nostro grado zero, l’inverno dei contenuti, l’apologia del vuoto.

Poco dopo passa Calcutta e mi focalizzo nuovamente sul testo come non avevo mai fatto prima:

Esco o non esco?
Fuori è caldo ma è normale ad agosto
Non ci penso ma poi sudo lo stesso
Un’ombra sul soffitto
Mi hai lasciato nei sospiri nel letto
Un filo di voce
Un filo di ferro dentro l’orecchio
Dai, non fa niente
Mi richiamerai da un call center
E io ti dirò
Lo sai che io ti dirò
Uè deficiente

PESTO – CALCUTTA

Mi richiamerai da un call center. Questa è la nostra vita e sta finendo un minuto alla volta. Un’intera generazione ricurva su uno smartphone. Siamo i figli solitari della storia, non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella per il denaro, la nostra grande depressione è la nostra vita. Invidiamo modelli che odiamo e finiamo per desiderarli. Il solito discorso che aizzava la nostra adolescenza e al quale troppo spesso pensiamo di essere superiori. Invece siamo qui, allineati, come mai avremmo pensato di essere. 8 ore.

Vi ho visti ascoltare Le Luci Della Centrale Elettrica con garbato compiacimento. Giovanni Lindo Ferretti si è ritirato in collina e si prende cura dei cavalli. Siamo tutti complici. La musica indie non è indie, è il medioevo semantico. Morrissey è morto. Sistema solare sistemami tu, canta Viito e io mi ritorco in me stesso. Però le parole sono lì, il significato è lì, anzi non c’è, Young Signorino è il mio Dio, più finto delle cose finte, come una parodia di se stesso. Non si preoccupa nemmeno più di cosa dire, tanto vendi lo stesso. Mmmm ah ah ah. L’immagine oltre la forma, l’estetica oltre il contenuto. Il medioevo semantico e ancora l’apologia del vuoto.

È domenica sera e la bruma rossa delle notti di settembre sospira sul gelsomino flaccido. È tempo di potare i caducifogli e permettergli di affrontare al meglio l’inverno. A breve la nebbia avvolgerà il visibile e resteremo ciechi. Nel centro di Parigi, Thomas vive sugli alberi da 18 giorni mentre va a fuoco l’Amazzonia. I ragazzi ricurvi scrollano e non si parlano più ma io ci credo ancora. Sono qui nel mio giardino, pieno di sogni e con una bottiglia vuota. Fate qualcosa e fatelo adesso. Dopo ogni medioevo c’è un rinascimento.

L'autore

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