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Out there

Dichiarazione d’amore

Come la musica ha sconvolto la mia vita.

Quando la musica è arrivata nella mia vita ero un preadolescente di provincia. Era l’inizio del nuovo millennio, l’aspirazione massima era arrivare all’estate per provarci con le ragazze, girare in motorino e andare sugli autoscontri mentre L’Amour Toujours ti sfondava i timpani. Tenevo gli occhi ben spalancati e puntati su qualsiasi cosa, alla costante ricerca di una direzione. Mettevo il gel nei capelli, avevo i brufoli e mi preoccupavo delle opinioni altrui sul mio conto.

Ricordo che ero nell’aula di disegno tecnico delle scuole medie. La professoressa era assente, ora buca, entusiasmo alle stelle, delirio generale. Una mia compagna di classe mi porge una cuffietta del suo lettore cd, ci sono i Nirvana e mi accorgo di essere incazzato. Un po’ banali, lo so, ma comunque molto efficaci su di me e tanti altri. Da quel momento non voglio più corrispondere agli standard sociali, non metto più il gel, i brufoli rimangono ancora per qualche anno. Comprendo che il luogo in cui ho vissuto fino a quel momento non è più casa mia. I Nirvana hanno abbattuto la porta e sgomberato quel mondo ormai antico per rimpiazzarlo con qualcosa di nuovo, sconosciuto ed eccitante. Ero incazzato dicevo, e, come per molti altri prepuberali come me, una nuova coscienza stava mettendo le radici nel mio cervello.

Capodanno 2002

Molto presto però i Nirvana e i loro derivati non furono più abbastanza. Troppo limitante, troppa poca cosa la scena grunge per la sete inarrestabile che mi stava consumando. Avevo assaggiato finalmente qualcosa di nuovo e ora non mi potevo più fermare. La cosa si fece complicata, Napster richiedeva giornate intere per scaricare un brano (sperando che corrispondesse realmente a quello che avevi cercato), gli amici di una vita che ora non ti riconoscevano più non avevano certo i tuoi ascolti, loro erano ancora fermi a Ligabue, Jovanotti e Articolo 31, e i pochi soldi che raccimolavi a quell’età tra genitori e parenti bastavano a malapena per un paio di dischi nuovi al mese. Troppo poco.

Ecco che allora succede qualcosa: due strade si aprono improvvisamente davanti a me, decido di percorrerle entrambe. Il mio io che all’epoca credevo di star dividendo irreparabilmente in due beneficia enormemente di questa scelta.

Da una parte, a causa della scarsa reperibilità di nuova musica, approdo ai dischi dei miei genitori e scopro sbigottito che è esistita musica anche prima del 1987, ma soprattutto scoperchio il vaso di Pandora e vengo investito della bellezza assoluta di Hendrix, Led Zeppelin, Cream, Dylan e soprattutto Neil Young. Niente è più come prima: Se Kurt Cobain mi aveva dato la barca e i remi per esplorare l’oceano ma tenendomi comunque ben vicino alla costa, con Neil Young mi ritrovai in mare aperto, in balia di onde titaniche che mi fecero andare alla deriva, e mi consegnarono al Nuovo Mondo. Dopo il naufragio, mi guardai intorno disorientato per qualche istante, mi piaceva quel che vedevo e sentivo e piantai per sempre la bandiera del mio cuore in quel luogo meraviglioso.

Il secondo sentiero che decisi di intraprendere fu dettato più dal bisogno umano della socializzazione che da altro, ma ebbe comunque un impatto stravolgente su di me. Il punk entrò a gamba tesa nella mia vita. Una sera estiva, su dei gradini di una pista di pattinaggio, scoprii di non essere solo al mondo come credevo, esisteva un altro essere alieno come me. Diventammo amici e subito dopo arrivarono altri amici e sentii che essere diversi non significava essere soli, anzi, i legami che costruivamo davano l’impressione di essere indissolubili. Un’unica unità. Il punk mi sconvolse, un montante nello stomaco e un gancio al volto. Sangue, sudore e rabbia. KO tecnico. Divenne l’attitudine che ancora adesso sento più vicina a me.

Questa dualità stava plasmando il mio essere, la sentivo insinuarsi in ogni mia cellula e mi dava un vigore mai provato, l’orizzonte era più ampio e io lo rincorrevo senza sosta. Più mi avvicinavo più mi rendevo conto della sua infinità. Questo non mi spaventò minimamente, avevo una missione e sarei morto per essa. Ero completamente ossessionato dalla musica.

Estate 2005

Crescendo la connessione Internet migliorò in maniera esponenziale insieme alla quantità di musica di cui potevo finalmente usufruire e i primi lavori come raccoglitore di cipolle nei campi o i turni di notte durante le campagne del pomodoro mi permisero di aver maggior possibilità economica per comprare i dischi che tanto agognavo e di cui leggevo sulle riviste. Avevo finalmente a disposizione tutto quello che avevo sempre desiderato. Tutta la musica del mondo poteva finalmente essere mia. Si trattava solamente di scegliere e scegliere era impossibile.

Così ricordo perfettamente le notti passate a casa da solo, rubando whiskey dall’armadietto dei liquori dei miei, scrivendo poesie per amori non corrisposti. Fissavo i pini fuori dalla finestra dondolarsi nel vento estivo ascoltando Otis Redding e tutta la soul music anni ’60. Un cuore che credevo lacerato per sempre e Sam Cooke dolcemente me lo sussurrava nelle orecchie forte e chiaro: l’amore ti costringeva in catene. Non potevo fare altro che credergli.

Ricordo nitidamente le prime scorribande nelle macchine degli amici in costante caccia di emozioni. Dall’autoradio la colonna sonora perfetta: CCR, CSN&Y, AC/DC e altri acronimi che facevano salire l’adrenalina e ti rendevano invincibile mentre, sotto le stelle, attraversavi la provincia .

Ricordo il periodo della presa di coscienza del cantautorato italiano, gli autunni violenti consacrati al garage, gli inverni solitari riservati al folk. La certezza passeggera che il jazz era l’unica fede, la certezza definitiva che il blues era l’unica fede, il country e l’amore fulmineo per l’armonica e la steel guitar, i mesi in cui ascoltai solo Eric Burdon e Ray Davies perché, che cazzo c’è di meglio degli Animals e dei Kinks?!

La mia esplorazione sonora non si limitava esclusivamente ad un percorso a ritroso. Tenevo le antenne ben puntate sulle nuove uscite, ricercando qualcosa che mi rappresentasse in quel mondo fatto di Sean Paul, Shakira e Justin Timberlake. Sapevo che da qualche parte, nascosto sotto deserti d’immondizia brillavano gemme preziose, il mio bastone da rabdomante mi indicava dove scavare per far scorrere limpide nuove fonti a cui abbeverarmi. Attraverso la musica del passato sceglievo con cura la musica del mio presente. Conoscere la storia per comprendere l’attualità.

Estate 2019

Così accanto ai miti del passato innalzavo nuovi miti del mio tempo: Jeff Tweedy, Dan Auerbach, Sam Bean, Scott McMicken, Craig Finn, Adam Granduciel e soprattutto Justin Vernon. Eroi valorosi, purtroppo non acclamati come i cavalieri che li precedettero, che correvano a salvarmi nel momento del bisogno con le loro armature lucenti, quando la contemporaneità mi soffocava col suo alito di fuoco; con cui potevo finalmente condividere qualcosa: l’epoca in cui stiamo vivendo.

È interessante accorgersi come la musica si sovrapponga perfettamente alle stagioni della vita di ognuno di noi. A volte ci tiene semplicemente compagnia, a volte trova per noi le parole, altre volte ci sorprende e ci trascina via con sé dentro il suo flusso. Per quanto ne siamo amanti o no, che lo vogliamo oppure no la musica ci raggiungerà ovunque noi siamo. Invaderà le nostre esistenze con la prepotenza atavica di un fiume in piena senza possibilità alcuna di arginarla. Questa è la sua bellezza, la sua componente migliore.

Settembre 2015
Credit @DarkVoid

Mentre sei fermo al semaforo sulla strada che ti porta a lavoro e ti sorprendi a piangere spiandoti nello specchietto retrovisore. Mentre cerchi di rimetterti in piedi dopo l’ennesima sconfitta e non sai se questa volta troverai di nuovo la forza. Mentre hai tredici anni e il cuore gonfio di gioia perché la professoressa di tecnica oggi non si è presentata a lezione.

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