Out there

Ecological Black Metal

Una via estrema alla questione ambientale.

2009. È quasi la fine dell’inverno e i fratelli Weaver passano le giornate lente come sempre nella loro fattoria, a Calliope Farm, nei pressi di Olympia, nello Stato di Washington, mentre aspettano che in marzo verrà pubblicato Black Cascade, il terzo disco della loro band. Si chiamano Wolves In The Throne Room e hanno iniziato a suonare insieme circa 6 anni prima, poco dopo essersi trasferiti lì. A quel tempo la fattoria era solo una casa abbandonata con alcuni campi incolti intorno ma a loro fregava poco, potevano fare casino coi volumi al massimo e vivere secondo un nuovo stile di vita, anarchico, ecologico, slegato dai meccanismi della vita sociale in città e alla riscoperta del legame primordiale con la natura, con la propria terra d’origine, la Cascadia.

Per chi non lo sapesse, Cascadia non è altro che un diverso modo di definire quell’ampia regione del Nord America spesso comunemente conosciuta come Pacific Northwest, una lunga fascia compresa tra Oceano Pacifico e la catena montuosa delle Cascades, che in realtà attraversando lo Stato di Washington e l’Oregon arriva fino alla British Columbia canadese. E’ una regione di montagne, boschi e foreste incontaminate, in cui è ancora stranamente la potenza della natura ad avere la meglio sull’incessante azione umana. Sono i luoghi dove furono ambientati ad esempio “The Goonies”, “Stand By Me” e “Twin Peaks” (e in cui si svolgono gran parte dei racconti di Carver, non so se mi spiego), per darvi subito un’idea “visiva” dell’ambiente. Quello che accomuna quest’area così ampia e la rende unica quindi è la sua conformazione geografico-morfologica, caratterizzata da un’intrinseca omogeneità di fauna e flora (proprio per questo sarebbe più esatto riferirsi alla Cascadia parlando di bio-regione) e da una complessa e stratificata composizione di abitanti che comprende una grossa maggioranza di nativi americani e una percentuale consistente di americani di origine scandinava

Credits: Pavel Zuk

Il concetto di Cascadia è stranamente tornato a far parlare parecchio di sé dal 2006 (dopo l’invenzione che ne avevano fatto alcuni studiosi di geologia negli anni ’70) grazie al movimento indipendentista CascadiaNow! che ha appunto come primo obiettivo quello di rendere l’intera regione uno stato a sé stante (la Repubblica del Pacifico) e che promuove con fermezza tra i suoi punti chiave il rispetto per l’ambiente, la ricerca di un nuovo stile di vita eco-sostenibile e la valorizzazione del patrimonio flora-faunistico della regione.

I fratelli Weaver iniziano dunque l’esperienza dei Wolves In The Throne Room al centro di questo contesto politico-culturale e il risultato è subito evidente. Il loro suono non poteva che essere la voce diretta della potenza naturale che li ha sempre circondati e con cui loro stessi avevano perso il legame originario. Fondendo la furia disperata del primo black metal scandinavo e le dilatazioni di certo post-rock americano (ma anche del vicino Canada, vedi Godspeed You! Black Emperor tra gli altri) a un’attitudine assolutamente nuova a metà strada tra l’anarco-punk dei Crass e l’ambientalismo moderno danno vita a qualcosa di veramente nuovo e destabilizzante.

“Sebbene partiamo dal black metal, per noi rappresenta qualcosa che può essere trasformato in altro, qualcosa di nuovo”

“Credo che il black metal sia fondamentalmente un tentativo di risvegliare uno spirito antico, un modo per avvicinarsi a una sorta di conoscenza primitiva e trascendente. Noi cerchiamo di prendere tutta la tristezza e il senso di alienazione che sentiamo e che esistono all’interno di questo genere e di mutarli in una visione che sia estremamente positiva e di riaffermazione della vita”

“Una delle idee centrali della band è quella di svelare il lato occulto o spirituale della realtà energetica di un luogo, essere profondamente connessi a questo luogo e creare musica e arte che si innalzino da queste visioni della natura”

“Non è una questione politica. Non si tratta di rovesciare un governo. E’ qualcosa di ben più sottile e profondo. E’ qualcosa che ha a che vedere con la scoperta di una nuova visione del mondo e con la consapevolezza che questo ha una dimensione spirituale, una dimensione mitica, una dimensione nascosta di cui molte persone sono assolutamente ignare. Credo che il black metal possa essere un portale per arrivare a comprendere aspetti non visibili del mondo. Questo in fondo è quello che fa in generale la musica, a diversi livelli, ma sono convinto che il black metal sia unico nel riferirsi in modo così diretto a questa dimensione spirituale della natura”

Queste sono solo alcune dichiarazioni estratte da diverse interviste ad Aaron Weaver, batterista e “mente” della band, che più di altre mille parole ci consegnano in modo lampante la loro particolarissima visione.

Credits: Peter Beste

Con una trilogia tutta incentrata su questa ricerca occulta (i due album Two Hunters e il già citato Black Cascade più legati alla dimensione della terra e Celestial Lineage invece proiettato verso un’ascesa al cielo) quindi i Wolves In The Throne Room creano un vero e proprio manifesto ecologico e mistico in musica, percepito da subito come qualcosa di inclassificabile e spesso travisato ma forse destinato a rimanere un caso più unico che raro nella musica degli anni a seguire.

2019. Caldo torrido alternato a grandinate violentissime. Repentini sbalzi tra temperature record e giornate quasi autunnali. I ghiacci continuano a sciogliersi. Mareggiate divorano ogni anno metri di spiagge. Inondazioni devastano periodicamente intere regioni del pianeta. Questo è il clima nell’estate di quest’anno. La nostra minuscola casa che chiamiamo Terra è in fiamme e non sono certo il primo a dirlo. Ma più il problema si fa serio più sembra che il genere umano acquisisca una sorta di sordità selettiva per questo tipo di tematiche. In realtà negli ultimi tempi le cose hanno iniziato a muoversi, l’argomento sta diventando lentamente di dibattito comune, stanno nascendo nuovi movimenti ambientalisti fondati sulla non-violenza e la disobbedienza civile da seguire con grande attenzione.

Ma non è ancora abbastanza per contrastare la gravità della situazione. Non parliamo ad esempio del Nostro Bel Paese, dove il cambiamento climatico è ancora percepito come l’ipotetico soggetto di qualche nuovo film catastrofico di Emmerich, un sequel di “Indipendence Day” o “The Day After Tomorrow” (quest’ultimo al di là dell’ironia tristemente profetico e che già nel 2004 cercava di veicolare un messaggio importante attraverso un cinema puramente di genere e quindi “popolare” e accessibile a tutti, ma non mi dilungherò su questo), per intenderci, tanto che non bastano nemmeno le parole di scienziati illustri a farci aprire gli occhi e siamo al punto di sentirci sempre addirittura in diritto di riderne. Noi che abbiamo studiato. All’università della vita. La questione è davvero seria e siamo agli sgoccioli per poter anche solo provare in qualche modo a invertire la rotta.

E allora quello su cui mi interrogo da qualche settimana a questa parte è: nella quotidianità cosa ci è rimasto del rapporto con la natura? Restringendo al nostro raggio d’azione: che legame mantiene la musica di oggi con la natura e in che modo si relaziona a questo tipo di tematiche così estremamente urgenti?

Apparentemente sembra che ogni giorno di più si stia sviluppando una nuova consapevolezza. Sono diversi gli artisti che da qualche tempo si stanno muovendo verso una sempre maggiore sostenibilità del loro lavoro, soprattutto per quanto riguarda i live e i lunghi tour mondiali, cercando di ridurne l’impatto ambientale e l’impronta ecologica il più possibile. Penso ad esempio ai Radiohead, che già da parecchi anni si stanno distinguendo con diverse azioni esemplari in questo senso, o a diversi grandi festival (uno su tutti: Glastonbury) che hanno definitivamente eliminato l’uso della plastica, o ancora più di recente ad esempio mi ha colpito la presa di coscienza riguardo alla crisi climatica che sta prendendo piede con forza all’interno del mondo della dance music e del djing. C’è ancora tanto lavoro da fare ma un percorso sembra essere iniziato e non possiamo che gioirne e auspicare che questi singoli casi illustri in breve tempo potranno diventare il nuovo standard per una music industry più consapevole e rispettosa dell’ambiente.

Fin qui insomma tutto (più o meno) bene.

Ma se proviamo a concentrare lo sguardo all’ambito più strettamente espressivo qualcosa inizia a stridere e a non tornarmi del tutto. Voglio dire, tante volte il mondo musicale contemporaneo si è fatto portavoce di messaggi importanti e con le Canzoni si è spesso schierato a difesa di posizioni progressiste e fondamentali. Alla luce del breve quadro di emergenza climatica che ho appena tracciato trovo che di cose di cui parlare a riguardo oggi ce ne sarebbero parecchie. Movimenti e attivisti lo urlano quotidianamente sui social, scienziati di tutto il mondo lo sostengono con argomentazioni inattaccabili. Ma quello che continuo a sentire nonostante tutto è ancora un silenzio assordante. Fatico a trovare posizioni veramente ecologiche all’interno della musica cosiddetta “leggera” di oggi. E penso che sia sempre più grave. Il tempo stringe e abbiamo bisogno di risposte.

Passo in rassegna tutti i miei ascolti mentalmente e mi accorgo che ancora una la volta la musica sa stupirmi e darmi l’ennesima sberla. Mi torna in mente una manciata di dischi di una decina di anni fa. Mi rendo conto che se vogliamo trovare uno sguardo e un’attitudine davvero efficaci e affascinanti sulla questione ambientale dobbiamo allontanarci dalla musica “pop”, spostarci ai limiti del linguaggio musicale odierno, verso l’estremo, in un ambito per sua natura intrinsecamente nichilista, antisociale per eccellenza e ormai forse terribilmente lontano dall’ascoltatore medio di oggi: il black metal. E geograficamente dobbiamo fare un volo fino alle foreste della Cascadia. 

I Wolves In The Throne Room sono ancora lì, dieci anni dopo, contro le mode, contro il becero fondamentalismo del metal, contro tutti, con il loro suono primordiale ed estatico, un monumento musicale unico al rispetto della natura e alla forza mistica di questo piccolo punto nell’universo in cui viviamo e che chiamiamo Terra.

PS: Proprio mentre finisco di scrivere queste righe è uscito un nuovo pezzo dei The 1975, con l’omonimo titolo proprio di “The 1975” che sarà l’intro del loro prossimo disco in uscita “Notes On A Conditional Form” e che vede un cameo inaspettato della giovane attivista svedese Greta Thundberg e i cui proventi verranno devoluti interamente a Extintion Rebellion. Al solito, vi conosco e vi vedo già storcere il naso, fare sorrisini e accennare uno sguardo di compassione nei miei confronti. E per quanto possa capire il vostro additare e percepire subito in modo categorico la cosa come un’operazione ruffiana e paracula, per una volta mi sento invece di dire “bravi” a Matty Healy e compagni. “La cosa più importante per iniziare a combattere la crisi climatica è parlarne”, sostiene da tempo la scienziata americana Katharine Hayhoe.

Se la nostra alternativa è continuare a tacere e a reagire con sarcasmo, come continuiamo a fare da anni su tutto, in nome di una street credibility post-postmoderna figlia dell’internet 2.0, che ci porta costantemente a minimizzare ogni punto di vista e col timore di sporcarci la cronologia di Spotify a favore di un “apparire” che abbiamo sempre combattuto e di cui ormai siamo noi stessi complici, allora sono felice di non vergognarmi più di nulla e ben venga che ne parlino i The 1975, ben venga davvero. Complimenti a loro per il tempismo, non poteva essere più azzeccato. Il messaggio arriverà certamente a un pubblico molto più vasto di quello dei Wolves In The Throne Room e forse un piccolo obiettivo sarà centrato. Spero che anzi possa essere la prima scintilla per innescare un discorso sempre più importante e diffuso riguardo al tema in assoluto di maggiore urgenza ora come ora nell’epoca che stiamo vivendo e che riporti la musica pop ad avere una voce e un pensiero in un momento in cui una voce e un pensiero da seguire sono davvero quello che ci manca, più di qualsiasi altra cosa.

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