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Emanuela: 10 Best Albums 2000-2019

È un compito arduo scegliere i migliori dischi dell’ultimo ventennio quando si hanno poco più di vent’anni, si ascolta prevalentemente musica del secolo precedente e non si è feticisti della musica (come il resto della redazione). Questi venti anni hanno visto susseguirsi le fasi della mia vita: infanzia, adolescenza e il raggiungimento della maturità, di un gusto più chiaro, definito, più maturo. Con molta onestà, trasparenza e un briciolo di imbarazzo, scelgo quindi di stilare la classifica dei dieci album che non sono certo stati i migliori o i più innovativi nel panorama musicale, ma che sono stati essenziali nella mia crescita e portano con sé un’infinità di ricordi. Chissà che un profano come me passi di qua e si senta rincuorato nel sapere che non è il solo a non aver ancora del tutto archiviato il suo amore per le band dell’adolescenza.

#10 AVRIL LAVIGNE – LET GO

2002

Quando frequentavo le elementari i miei genitori, con l’avvicinarsi di settembre, mi portavano al negozio di scarpe per comprarne un paio nuovo da indossare durante l’anno scolastico. Era una tragedia, ogni anno la stessa scena. Tra scaffali di scarpette rosa con fiocchi e nastrini, immancabilmente puntavo dritta verso un paio di anfibi. Da buoni genitori accettavano e, un po’ sommessi, mi lasciavano andare via dal negozio con il mio bottino, ma mi stupiva che la percepissero come una scelta così anomala. Forse le ragazze non indossavano gli anfibi? Non troppi anni dopo (nel settembre del 2002 compivo nove anni) uscì questo album e con lui scoprii l’immagine di Avril Lavigne. Non ero più strana: lei spaccava i culi, era bellissima e indossava gli anfibi. La ricetta perfetta, volevo essere così. Per fortuna la fissa per Avril è durata pochi anni, a differenza del mio amore per gli anfibi, ma non posso negare di aver ascoltato Sk8er Boi in loop per almeno tre settimane quando, in prima superiore, lasciai il mio fidanzatino punk perché alle mie amiche proprio non piaceva. Grazie Avril per avermi regalato la mia prima analisi di coscienza.

Best track: Sk8er Boi

#9 SUM 41 – UNDERCLASS HERO

2007

L’adolescenza prende possesso di me e di ogni aspetto della mia vita: il corpo si sviluppa, si scopre la sessualità che è bella sì, ma che fatica avere a che fare con l’altro sesso, in casa si litiga perché nessuno ti capisce, gli amici d’infanzia prendono strade diverse, la scuola ti opprime. È tutta benzina che fomenta la rabbia inesauribile dell’adolescenza. Serve di più di Avril Lavigne, ma non c’è nessuna guida musicale che può dirigermi verso band incazzate di maggiore valore. E così finisco a vivere i miei viaggi in pullman dalla sperduta provincia alla dannata scuola superiore fomentando la mia rabbia con le canzoni dei Sum 41 (il fatto che il cantante sia stato il marito di Avril Lavigne è solo un caso). Cultura musicale zero, ma che godimento tenere la guancia appoggiata al vetro gelato del pullman, fissando in uno stato di paralisi totale la strada che scivola via, e sulle note di March of the Dogs far prendere vita al proprio mondo interiore in cui tutto è ribaltato, in cui non ci sono regole, in cui le insicurezze si azzerano e quei coglioni che te le hanno fatte nascere hanno le facce infilate nel cesso.


Che poi se faccio partire l’album mi immagino ancora le stesse cose, quindi forse la causa di tutto non era l’adolescenza.

Best track: Walking Disaster

#8 CAPAREZZA –
LE DIMENSIONI DEL MIO CAOS

2008

Il caos ormonale si placa, inizia una parvenza di stabilità. Ricomincio a comunicare con parenti e familiari. Mio fratello, tre anni in più di me e un carattere notevolmente più mite, ascolta spesso La Mia Parte Intollerante di Caparezza. Mi piace: fa troppo poco casino rispetto ai miei standard, usa il quadruplo delle parole rispetto alle mie band preferite, ma ci sa fare in quanto a frasi taglienti, ironia e rabbia verso i bulletti fighetti del cazzo (sempre gli stessi che poco sopra mi immaginavo a bere acqua dal gabinetto). Decido di dargli una possibilità e lui, il signor Caparezza, mi regala Le Dimensioni del Mio Caos.

Ciao, è la fine di tutto. La svolta nel mio ascolto musicale. Il punto di non ritorno. Le dirette conseguenze del mio innamoramento per ogni singolo pezzo di questo album sono: 1. scopro che la musica è bella, ma se vicino ci metti anche uno che sa scrivere bene, per me non c’è paragone, per cui da questo momento in poi si apre la mia fissa per il cantautorato. 2. scopro l’esistenza dei concept album che, unita alla scoperta n.1, rendono Storia di un impiegato e La Buona Novella di De André i miei due album preferiti per sempre nella vita.

Best Track: Mi astengo, è come scegliere il capitolo più bello di un libro. Uno non ha senso senza l’altro.

#7 FRANCESCO GUCCINI –
STAGIONI

2000

Eccolo lì, il cantautorato. Eccola lì la maturazione, l’abbandono di quella rabbia che se poi ci pensi non lo sai neanche perché la provi e l’approdo a un atteggiamento più riflessivo, meditativo, intellettuale. La confusione permane, ma Guccini le regala una nuova voce e una nuova forma. Trasforma l’egocentrismo dell’adolescenza nella riflessione su tematiche più ampie. L’odio per i bulli e i fighetti con la felpa di Playboy diventa una riflessione e un fastidio verso le disuguaglianze sociali, verso le ingiustizie da parte dello Stato, verso l’incapacità della società di comprendere il diverso. Lui racconta di spaccati di vita, di storie vere o letterarie, e mi offre uno scorcio sul mondo che voglio conoscere e approfondire, tanto che l’odiato studio diventa quasi un piacevole mezzo per capire meglio i suoi testi.

Guccini, come uno psicologo, ascolta i miei sentimenti e in E un giorno.. mi fornisce una risposta: è vero che ancora non hai trovato nessuno che ti capisca, è vero che i tuoi genitori stanno invecchiando e sembrano non stare al passo con i tuoi cambiamenti, ma sei tu che stai cambiando e quando avrai terminato la trasformazione scoprirai che non sei troppo diversa da loro e tutta questa rabbia passerà. Sii paziente. La sono stata, e avevi ragione. Grazie Francesco, non so come avrei fatto senza di te.

Best Track: E un giorno..

#6 ROBERTO VECCHIONI –
IN CANTUS

2009

La strada del cantautorato scorre liscia e io la percorro a tutta velocità. Divoro gli album del passato, ma che palle che son tutti morti. Per fortuna qualcuno tiene duro e non me lo posso certo fare scappare. Così decido che devo vedere tutti i live possibili dei cantautori italiani ancora in vita (macabro, me ne rendo conto) e mi fiondo a sentire Vecchioni. Lo spettacolo, per l’appunto, si chiama In Cantus. Vecchioni è diverso da Guccini, sembra vivere l’esistenza umana in modo più sereno e così me ne servo per risollevarmi il morale senza però abbandonare la profondità di pensiero che il cantautorato sa regalare. Nella sua leggerezza, sia musicale che espressiva, Vecchioni ha saputo farmi riflettere sulla morte e sulla fragilità della vita come nessun altro, convincendomi del fatto che quando la fine arriverà, anch’io lo capirò grazie al suono dolce di una viola che solo io potrò sentire. Alla parola In Cantus associo l’allegiria e la morte: paradossale no?

Best Track: La Viola d’Inverno

#5 ANTS ARMY PROJECT –
WOODEN DAYS

2011

Fa ridere scoprire il rock’n’roll tramite una piccola band di provincia, ma i miracoli avvengono ed è giusto “dare a Cesare quel che è di Cesare”. Quindi devo riconoscere questo meritatissimo posto in classifica agli Ants Army Project, che mi hanno regalato un biglietto di solo andata per il rock americano e hanno smentito la teoria per cui in provincia non succede mai niente di interessante. Questo album mi ha aperto le porte a tutta quella musica che, fino a quel momento, avevo ignorato, regalandomi finalmente quella “guida musicale” che aspettavo dall’abbandono di Avril Lavigne. Benvenuto blues, benvenuto folk, benvenuto rock’n’roll. Entrate pure Bob Dylan, Bruce Springsteen, Neil Young, Sam Cooke, Otis Redding. Sì Elvis, accomodati pure, come fossi a casa tua. Johnny Cash, ciao, il bagno è in fondo al corridoio.

Wooden Days mi ha insegnato che si possono trasmettere pensieri profondi ed emozioni complesse anche facendo un po’ più casino dei miei amati vecchietti cantautori, che a volte gli strumenti sanno dire molto più della voce e che a meno di diciotto anni bisogna conquistarsi il proprio spazio procedendo a gomiti alti invece di stare in un angolo a pensare che se ne vorrebbe di più.

Best Track: In Loving Memory

#4 THE AVETT BROTHERS –
EMOTIONALISM

2007

Scopro il rock, l’America, mi studio a grandi linee le basi e ci sono, ho abbastanza strumenti per iniziare a capire cosa mi piace o no delle nuove uscite. Capisco che gli Avett Brothers mi fanno stare bene. Li ascolto tanto e spesso, hanno un suono folk caldo, che mi fa immaginare un fienile nel torrido sud dell’America e hanno dei testi che non sono certo quelli del cantautorato, ma mi suscitano quel brividino di emozione lungo la schiena quando in macchina inizio a canticchiare sulle loro note. Non saprei proprio scendere nei tecnicismi, ma posso dire che sono una botta di allegria, che adoro le loro doppie voci e i loro cori e che vale la pena ascoltare quello che hanno da dire.

Best Track: The Wight of Lies

#3 THE NATIONAL – HIGH VIOLET (EXPANDED EDITION)

2010

È stato un album assimilato per osmosi. Conscia della mia ignoranza musicale, crescendo, ho cercato qualcuno che mi compensasse. Visto che le mezze misure non mi sono mai piaciute, ho scelto un compagno per cui la musica, e il suo studio costante, sono più importanti dell’aria che respira. Questo comporta, in sunto, che ad ogni ora del giorno (e a volte anche della notte), la casa è invasa di musica e che mi piaccia o no l’album in riproduzione bisogna comunque ascoltarlo o perché è storia, o perché è una nuova uscita da assimilare e comprendere. Alla fine, a furia di provarci, qualche album l’ho capito pure io ed è finito per piacermi, e anche tanto. È il caso dei National che al primo approccio mi hanno suscitato un “Cos’è sta roba?” e al milionesimo un ben diverso “Possiamo ascoltarlo di nuovo?”. La ricetta credo sia del buon rock’n’roll, un giusto e costante velo di cinismo, una voce cupa e graffiante e quella strana malinconia e autocommiserazione suscitata dai testi che alla fine di tutto è stranamente piacevole.

Best Track: Vanderlyle Crybaby Geeks

#2 BON IVER –
FOR EMMA, FOREVER AGO

2008

Ne hanno parlato tutti in tutti i modi. Per sapere perché Bon Iver merita di stare in questa classifica, vi rimando a chi ve lo sa spiegare davvero. Per quanto mi riguarda invece, posso solo dire che non ho mai letto un suo testo. So non essere un gran vanto, ma è solo per farvi capire quanto la sua musica sia potente, penetrante, totalizzante. Per la prima volta ho pensato che non mi interessasse il contenuto, mi bastava la forma: strumenti e musicalità della voce.

Justin, chi l’avrebbe mai detto? Sei la mia eccezione che conferma la regola!

Best Track: For Emma

#1 THE ZEN CIRCUS – IL FUOCO IN UNA STANZA

2018

Gli Zen sono il perfetto mix di tutte le fasi musicali sopra descritte. C’è un po’ di rabbia, c’è il cantautorato che si può ancora chiamare con questo nome senza doversi vergognare, c’è il rock, c’è il cinismo, c’è l’ironia e soprattutto c’è quella scintilla, a volte più nascosta e altre meno, che se sai cogliere ti accende il pensiero e ti porta a riflettere elevando la persona che eri fino a qualche secondo prima. Insomma, per me c’è tutto.

Spotify mi dice che quest’anno sono stati il mio terzo artista più ascoltato, battuti in classifica solo da De André e Bruce Springsteen.

Best Track: Il fuoco in una stanza

L'autore