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Out there

Il fantasma del tempo

Alle riletture dei testi neutri, alle pennellate di colore sui vostri grigi

Ho pensato di scrivervi di me, ho provato a scrivere qualcosa e l’ho puntualmente cancellato. Credo sia da almeno un mese che provo a lavorare a questo articolo ma ad ogni parola scritta mi sembra di dire qualcosa di già detto, banale, poco interessante per voi che leggete. Allora provo ad astrarre qualche mio pensiero a qualche cosa di più profondo, di meno scontato, ma la paura della scontatezza subito si trasforma nella domanda “e se non capiscono dove voglio arrivare?” (non perché penso che siate stupidi, ma perché penso spesso di non essere in grado di esprimermi come vorrei e poter dire ciò che mi frulla in testa, motivo per il quale spesso preferisco starmene zitta).

Provo a riordinare le idee, da dove inizio? da una canzone? da un pensiero che mi frulla in testa? da qualcosa che mi è successo? Tutto banale. Inizio allora dalla paranoia sul dove iniziare, così esplicitando ogni mio dubbio forse vi sarà più chiaro dove voglio andare a parare (anche se nemmeno io l’ho ancora deciso).

Manu mi dice che a quanto pare è una sensazione comune quella della paura di dire cose banali, quella della paura di non dire nulla di nuovo, interessante o utile a chi ci legge. Così provo a lanciarmi, penso che, male che vada, al massimo avrò detto solo una volta in più qualcosa di già detto, magari con parole diverse e qualcuno in più potrà ritrovarsi in ciò che scrivo o forse scoprire qualche cosa di nuovo.

E allora decido di raccontarvi una cosa che mi è successa.

Mi sono trasferita a Firenze da poco. Bellissima città penserete voi. Già, sa essere tanto bella quanto difficile. O forse sono io quella difficile ora. Sta di fatto che la difficoltà di stare qui mi ha smosso qualche cosa, mi ha fatto dire che forse per come mi sento in questo momento è giusto che sia difficile. Qualcuno direbbe che i periodi difficili ci aiutano a capire qualche cosa in più di noi stessi, ci aiutano a disgregare la sicura corazza che, col tempo, ci siamo costruiti attorno. Credo di aver realizzato di essere abbastanza d’accordo con questa sentenza. Alla fine se ci penso bene ogni cosa buona che succede è preceduta da qualcosa di meno buono (altrimenti non potremmo dire che c’è differenza) e che ogni cosa di buono che ho combinato nella mia esistenza è stato il risultato di qualche carta che è stata rimescolata nella mia quotidianità.

Ecco allora che in questo periodo di rimescolanza ho deciso di cogliere la palla al balzo e di iniziare un corso di teatro. Prima lezione: interpretare un testo neutro. Prendi un testo neutro, ovvero un testo dove ci sono parole e frasi di senso compiuto, ma che non sono inserite all’interno di un contesto. Inventati una situazione, un contesto e trasforma quelle parole dandogli un significato, diverso per ogni situazione entro cui è inserito. E allora nasce qualcosa, qualcosa di diverso ogni volta che lo leggi, che lo interpreti. Eccoci allora che ogni cosa prende una piega, che ogni giorno ha una sfumatura diversa, una volta è bianco, una volta è nero, ma perlopiù tendente al grigio. Ma chi lo dice che le sfumature sono sbagliate? Prendi le tue sfumature e prova a leggerle e rileggerle, qualche cosa di buono ne uscirà, e se ne uscirà qualcosa di brutto va bene così, prenditi il brutto e il bello e trasformalo a tuo favore. Serviti del tempo per compiere le tue trasformazioni. Ecco la mia prima riflessione, la mia prima lezione di teatro, la prima lezione che Firenze mi ha insegnato. Prendi il tuo tempo e usalo.

C’è qualcuno qui nel nostro Bel Paese che ha saputo descrivere, in un modo credo migliore del mio, questa “cosa esistenziale” che ognuno di noi affronta costantemente nella propria vita, lo spazio e il tempo che intercorrono tra gli avvenimenti della vita. La pausa tra la vita e la morte, tra il bianco e il nero, il grigio, il tempo. I Baustelle, con le loro cupe parole nel loro sesto disco del 2013, “Fantasma”, descrivono, facendosi accompagnare da melodie ancor più descrittive dei testi stessi (non so se si possono definire “descrittive” delle melodie ma credo si capisca cosa intendo), il “fantasma del tempo”. In particolare nel testo de “La morte (non esiste più)” descrivono lo scorrere del tempo e l’impotenza della manipolazione dello stesso:

 “Come la ginestra nata sulla pietra lavica mi vedo lottare come mosca nel bicchiere eppure Dio, lo lascio fare”

Lasciamo fare a qualcosa di più grande, di ingovernabile, il lavoro di costruirci e ricostruirci ogni giorno. Quel che possiamo fare noi è prendere questo grigio, la tristezza, e lasciare che ci trasformi, lasciare che ci segni e ci insegni. Prendiamo i testi neutri e plasmiamoli a nostro favore. Prendiamo i nostri testi tristi e leggiamoli con lenti diverse, con le lenti della comicità se ci aggrada, con le lenti della drammaticità se ci serve. La malinconia dei Baustelle per il passato andato, il presente che sfugge e il futuro che non conosciamo descrive perfettamente ciò che avrei voluto spiegare io in queste poche righe. Mi lascio avvolgere dalla consapevolezza che pur essendo io la protagonista della mia vita, il tempo scorre, mi scorre accanto e io sto qui ferma ad osservarlo.

Lascio lo spiraglio alla mia immaginazione sul futuro che sarà, qua a Firenze o chissà dove, magari su qualche isola tropicale? Forse al freddo in Nord Europa? Dubito; Sud America forse? chi può saperlo.

Intanto, scrivo qualcosa, poi si vedrà.

Alle riletture dei vostri testi neutri, alle pennellate di colore sui vostri grigi.

“La morte non esiste più non parla più non vende più mio folle amore.
La vita non uccide più i nostri baci i nostri sogni e le parole.
Il tempo non le imbianca più e non si seccano a lasciarle stese al sole.
Stringimi le mani, non è niente, che la guerra passerà.
Credimi, morire non è niente se l’angoscia se ne va!”

L'autore

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