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Out there

IL RINASCIMENTO PSICHEDELICO

La scena di Perth, i nuovi paradigmi e la dimensione estetica di Herbert Marcuse

Artwork by Leif Podhajsky

La brezza calda dell’oceano respira granelli di sabbia bianca finissima su North Freo mentre la luna piena a sua volta proietta ombre statuarie di gru da carico appena giù dal ponte nel porto industriale. Un vasto strano silenzio inonda la città rialzata, è interrotto dai treni di mezzanotte che sferragliano verso Sud e dal peso dei pescherecci di gamberi vecchio stile che si sfiorano nel molo mentre giù, in fondo a tutto questo mormorio, la baia scintilla immobile, greve e nera sotto il cielo stellato del West. Sabato sera e una città profondamente addormentata, dopo una giornata passata in cantiere a costruire il grande sogno australiano incementando il deserto in direzione Est.

Se non fosse per un solo microscopico locale con le insegne accese appena dopo il ponte che ti chiamano e vibrano e illuminano la notte di rosso porpora. MOJOS. Sembra il solito locale di musica dal vivo dell’Outback con un cartello ronzante appeso fuori che dice “Wednesdays open mic night”.

E invece entri e un muro di suono irreale ti fa rizzare i peli del collo mentre cinque adolescenti da un palco di 30 cm scatenano una palla di materia viva e vellutata, impeccabile e involvente; violenta. Te la sparano in faccia e si contorce, vibra, salta, schiamazza. Ti schiva di un soffio, orbita Alfa Centauri sul soffitto a destra, rimbomba negli abissi spettrali dall’altra parte e poi fa avanti e indietro un paio di volte per la stanza in simili maniere prima di esplodere in un groove ipnotico e rimbalzare su ogni altra superficie rimasta. Punta dritto ai petti e porta alla deriva psichedelica un numeroso pubblico di ragazzini, i quali, perfettamente in sintonia e perfettamente coscienti di tutto, assimilano questa valanga sinestetica senza mostrare segni di affaticamento.

E’ una serata di Dicembre come molte altre nel suburbio di Perth, e tra il pubblico, un pugno di amici poco più che ventenni assentono concentrati, in trance ascetico mentre impugnano saldamente una IPA. Sono l’avanguardia, i musicisti più importanti del momento in questo paese: Kevin Parker, Jay Watson, Pond e via dicendo. Una compagnia di 10-15 vecchi amici che formano band tra Perth e Melbourne fin da quando avevano 13 anni. E quella che sta accadendo davanti agli occhi di tutti è l’ennesima funzione del loro rinascimento psichedelico.


Artwork by Leif Podhajsky 

Penso alla California. Nella musica la psichedelia sta a indicare l’uso di droghe con intenti di esplorazione artistica nel contesto di generi musicali come jazz, blues, rock e folk sviluppatasi in Nord America a partire dalla seconda metà degli anni ‘60. In un contesto di disfacimento dei paradigmi dominanti, l’alterazione chimica della percezione attraverso compositi allora moderni come l’LSD, la Psilocibina o il DMT era usata per portare l’uomo e l’artista attraverso stati allucinatori a livelli di coscienza superiori, dall’alto dei quali non solo è in grado di distaccarsi dalle dinamiche individualiste e ostili della vita terrena per trovare i nuovi valori, ma anche e soprattutto di sviluppare una comunicazione artistica a un livello particolarmente pulito e profondo, irraggiungibile dalla tradizionale creazione musicale “lucida” del momento. Psichedelia, psykhé δῆλος dal Greco significa prima di tutto allargare la coscienza, inteso come l’atto di scavare, mettere a nudo l’anima e trovare la verità sottostante. Eccoci allora di nuovo lì: ritroviamo l’intenzione, quel filo conduttore che dai filosofi greci, dal Peyote degli Aztechi, passa per gli sciamani nativi d’America, per i chimici europei di inizio secolo e infine esplode a Haight-Ashbury, San Francisco nel 1965 e trasporta con sé quella necessità umana ancestrale che è il voler comprendere il nostro mondo interiore e infine  spiegarlo agli altri.

I contenuti che stavano cambiando rapidamente e inesorabilmente, la fine del sogno americano, la coscienza di un’intera generazione che si stava per svegliare, lo status quo che sarebbe stato ribaltato per sempre: per la Summer Of Love la psichedelia fu tutt’altro che un semplice sballo, fu la necessaria ricerca di una forma nuova e appropriata di raccontare tutti quegli enormi rovesciamenti morali che stavano accadendo. E’ qui dove Marcuse corre in nostro aiuto con il concetto di Dimensione Estetica, in cui a mio parere risiede tutta l’eredità e la verità della psichedelia classica: la rivoluzione sta nella forma. Sarebbe infatti stato infertile se non impossibile raccontare la controcultura con gli alfabeti della cultura dominante. 1965, Dylan diventa elettrico: ricercare nuovi alfabeti per comunicare nuovi contenuti. Questa nuova musica diventò quindi rivoluzionaria in virtù della forma data al contenuto. Rivoluzionaria non perché portava i contenuti della rivoluzione: rivoluzionaria in rapporto con se stessa, in quanto contenuto che si è fatto forma. Il suo riferimento alla prassi è indiretto, mediato e sfuggente.

“Il potenziale politico della musica risiede unicamente nella sua dimensione estetica. Quanto più l’opera è immediatamente politica, tanto più essa indebolisce la forza dello straniamento e gli obiettivi trascendenti di rinnovo radicale”

Herbert Marcuse, “La dimensione estetica”, 1978

E aggiungo io, quanto più l’opera è indiretta e astratta più è potente il suo effetto stravolgente e chiarificatore. Il concerto, l’atto creativo in sé, diventa allora in questo contesto, a partire dalle improvvisazioni live e dal miracolo groove dei Grateful Dead passando per i Doors e arrivando allo spazio-cosmo e ai panorami sonori infiniti proposti da Hendrix, non più un concerto di musica ma un vera e propria messa in scena di contestazione est-etica, un rituale sciamanico, un viaggio per trascendere l’io, il noi e il velo della realtà, un’esplorazione collettiva, un fiume. Una funzione prima ancora di ogni altra cosa, politica.


Artwork by Leif Podhajsky 

Cinquant’ anni dopo, dall’altra parte del mondo e su una West Coast analoga alcuni ragazzi i cui padri non erano neppure nati all’epoca della Summer of Love hanno inspiegabilmente trovato un’estremità di quel filo e lo stanno portando verso una nuova deriva musicale. Con altri contenuti, altre dinamiche, altri archetipi e altre rivendicazioni, ma con la stessa identica energia vibrante, pazzia febbrile, la solita luce puntata nella notte: cercando sempre di spingere nel futuro la forma con la quale comunichiamo e con l’instancabile sensazione di fare tutti parte di un qualcosa ancora sfocato, informe, eppure reale. Stu Mackenzie è uno di questi ragazzi, estremamente prolifico, ha scritto 5 album nel solo 2017 e ne colleziona già 13 nella sua breve carriera.

“Mi sembra che ci siano un milione di modi per fare musica o per realizzare un disco che non ho ancora indagato”

Stu Mackenzie, King Gizzard & The Lizard Wizard

Come lui Tame Impala, Pond, Gum e via discorrendo. Tutti provenienti dalla stessa vecchia compagnia di amici che orbita attorno a Parker. Una vera e propria punta di diamante di una nuova scena psichedelica che è nata nel deserto davanti all’oceano a livello locale, e che, grazie anche a Internet, è diventata in pochi anni una scena globale dal suono e dalle intenzioni ben definite. Come è stato possibile? Perché tutto d’un tratto? Ma soprattutto, perché proprio qui? Forse non avremo mai nessuna di queste risposte. Le avevano a Woodstock 50 anni fa?

Però, mentre noi scriviamo e voi perdete il tempo su Netflix, tra North Fremantle e Melbourne sta succedendo qualcosa. Una manciata di ragazzini sta dando i suoni al proprio momento. Letteralmente. Sta scolpendo a forza di Fuzz e Phaser un prezioso spaccato di panorama, la fetta del noi-qui-adesso unica ed irripetibile nel sistema spazio tempo in cui viaggiamo. Ragazzi come me e come voi stanno eseguendo un lavoro collettivo per la posterità di grandezza incommensurabile. Rendono immortale il loro essere. In maniera tale che forse anche tra mille anni, quando i loro contenuti saranno stati superati, tralasciati o dimenticati, chiunque ascolterà questi dischi penserà a loro, al deserto, alle tempeste oceaniche, agli spazi aperti e illimitati dell’Australia in maniera simile a come noi viaggiamo senza titubare nel delta del Mississippi quando ascoltiamo Robert Johnson

Ecco che, ancora una volta, una manciata di giovani ha costruito la propria Dimensione Estetica. E questo vi sembra poco?

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