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Out there

Il Suono Della Verità

Doverosa parafrasi quantistica di una canzone di Franco Battiato

Ci sono certe sere che sono fuori coi ragazzi, magari siamo un po’ su di giri e parte il nostro pezzo preferito. Certe sere dopo avere suonato in qualche angolo sperduto della provincia italiana in cui si finisce a parlare di musica con un altro disgraziato come noi, fuori dal locale. Certe sere dopo una cena in cui Francy dice qualcosa di inappropriato sui Beatles o su Elvis e Willy inizia giustamente a redarguirlo, col mio eterno appoggio. O semplicemente certe sere qualunque in cui siamo al bar e alla radio passa una canzone italiana dimenticata da decenni e ci prende l’euforia della riscoperta e iniziamo a ragionarci avidamente cercando di trarne conclusioni ontologicamente ineccepibili che da lì in poi costituiranno una nuova pietra da aggiungere al monumento della nostra religiosa idea di musica.

In ognuno di questi casi comunque prima o dopo si passa sempre attraverso una tappa obbligata della nostra ricerca scientifico-filosofica, uno dei nostri momenti classici, il nostro passatempo preferito dopo un paio di Old Fashioned: l’analisi del testo di una canzone. La parafrasi, per dirla in modo corretto, come la si chiamava ai tempi delle scuole superiori. Attraverso un metodo di studio altamente rigoroso e ormai canonizzato ci esibiamo in un’esegesi inappuntabile del brano finito per sbaglio nella conversazione, spesso sotto lo sguardo incredulo e interrogativo dei presenti. Da Bruce Springsteen a Craig Finn, da Vasco Rossi a Eros Ramazzotti, tutto è materia viva dei nostri studi. Roba seria per davvero, mica scherziamo. Ore spese a indagare in modo profondo i processi impercettibili e la meccanica quantistica effimera di cuore e cervello nascosti dentro una canzone. Che per tanti sono solo sciocchezze ma per noi restano ancora e per sempre il veicolo primario di comunicazione della Verità. Che poi è anche uno dei tanti motivi che ci hanno spinto a dare vita proprio ad Out There. E per cui ci meriteremmo come minimo una laurea honoris causa ma questo è un altro discorso.

Parlavamo di Verità quindi. Ecco, quando ho sentito per la prima volta “Torneremo Ancora”, l’ultimo pezzo inedito di Franco Battiato, contenuto nell’omonimo album dal vivo del cantautore catanese, insieme alla Royal Philarmonic Orchestra di Londra, uscito il mese scorso, non sono riuscito a pensare ad altro che alla Verità. “Molte sono le vie ma una sola quella che conduce alla Verità”. Proprio così si chiude la canzone. Un fulmine in mezzo a un cielo di tenebra. Un solo ascolto distratto e già mi era chiara la disarmante forza evocativa che questo brano porta con sé.

Tante (forse già troppe) parole sono state spese su questo pezzo negli ultimi giorni. Parole spesso superficiali, inadeguate e irrispettose. Titoli ad effetto ed analisi a dir poco dozzinali, ancora una volta frutto del nostro tempo dannato, e che niente dovrebbero avere a che fare con l’arte grandiosa di un autore come Battiato. Delle difficili condizioni di salute del Maestro si parla già da un paio di anni (e appunto le registrazioni del disco in questione risalgono all’estate del 2017) e non ci interessa indagare ulteriormente, non siamo investigatori privati o ispettori di Equitalia. Se questa poi sia la sua ultima canzone o la penultima o che altro credo sia ancora meno rilevante e non lo considererei come argomento possibile per un discorso intelligente, figuriamoci come topic di un articolo, scritto se non per mero intento speculativo e di gossip a tutti i costi, come appunto è stato.

Ho letto tante cose, dicevo, riguardo a questo brano nelle ultime settimane e mai nulla che mi sia sembrato costruttivo o illuminante o anche solo “giusto”, che arrivasse al punto focale della questione: cioè che “Torneremo Ancora” è fondamentalmente una delle canzoni italiane più pazzesche scritte negli ultimi (almeno) dieci anni, 3 minuti e 38 di mistica sospensione sonora che splendono di Verità, sintetizzano tutta la vita in una manciata di versi e lo fanno con una sobrietà e una grazia ormai quasi sconosciute alla musica italiana contemporanea.

Perciò non vi darò altri dati aneddotici sulla canzone, non cercherò di argomentare se sia o meno il testamento di Franco Battiato ma (col permesso di Willy e Francy) mi metterò di nuovo alla prova e tenterò di fare una breve ed essenziale analisi del testo, meno dannosa possibile, per voi che leggete ma ancora prima per me stesso. In fondo con o senza i ragazzi è ciò che faccio ogni giorno nella mia testa, a questo giro proverò solo a farlo ad alta voce, con la consapevolezza (dovrebbe essere chiaro a tutti) che quando si parla di musica (ma più in generale di arte) non può esistere un’interpretazione definitiva e intrinseca di un’opera, non vi è nulla di certo e univoco, secondo un processo che non è poi molto distante dai principi della meccanica quantistica, già citati prima.

Siamo noi stessi in quanto osservatori a “creare” i vari livelli interpretativi che andiamo a definire, anche (e soprattutto) di una semplice canzone pop. Cercherò di fare la mia “osservazione”, che rimarrà quindi per forza di cose mia ma che potrebbe stimolare a sua volta la vostra da cui nascerà un nuovo sguardo sull’opera in questione e di conseguenza sul reale stesso. Ognuno a modo suo.

Ma forse sto complicando più del dovuto il discorso perciò veniamo al dunque.

Si parte.

La canzone (scritta e composta con Juri Camisasca, questo è giusto puntualizzarlo per dovere di cronaca) inizia così:

Un suono discende da molto lontano
Assenza di tempo e di spazio
Nulla si crea, tutto si trasforma

Penso sia nota la dedizione di Battiato allo studio di varie scuole del misticismo (in particolar modo del sufismo e della mistica dell’Estremo Oriente) e della sua ferrea pratica di meditazione. Ecco che tutto questo si riversa concentrato e sintetizzato in questa canzone, a partire subito da questi primi versi, che non fanno altro che descriverci la realtà ultima, il Tutto, ciò che è sempre esistito e continuerà ad esistere per l’eternità, ciò da cui è nata ogni cosa e di cui ogni cosa farà sempre parte, anche noi stessi, inscindibili dall’Essere, effimera goccia in questo mare della Vita. L’Induismo lo chiamerebbe brahman, il Buddhismo parlerebbe di tathata, il Taoismo lo definirebbe ovviamente come Tao o molto più universalmente come la Via. Ed è questa l’accezione che preferisco usare più spesso perché rimanda a una visione delle cose estremamente essenziale, scevra da ogni impurità antropologica e più che mai attuale.

Se avete letto qualche mio articolo precedente l’avrete già intuito. Nel Tao tutto è in unione col Tao stesso, non esistono tempo e spazio perché ogni cosa è interconnessa in un’infinita trama di relazioni mediante processi ciclici in cui gli opposti esistono per annullarsi l’uno nell’altro, continuamente. Nulla si crea, tutto si trasforma, per l’appunto. È proprio il principio alla base della Vita stessa. Sarebbe semplice leggere in questo verso anche un riferimento alla legge della conservazione della massa di Lavoisier, ma nonostante Battiato non sia nuovo a citazioni colte anche nel campo delle scienze, sono convinto che non sia ciò a cui è rivolto il suo sguardo in questo frangente. Non fisica ma metafisica. L’ “eterno ritorno” raccontato dal misticismo orientale, il samsara. Tutto è impermanente, vita e morte sono la stessa cosa, indispensabili l’una all’altra. Anche se è innegabile che la possibile lettura scientifica renda ancora più affascinante questo passaggio.

Ciò che però mi sconvolge di più (e che rende davvero geniale questo incipit) è la scelta originalissima di definire tutto questo come un suono che discende da molto lontano. Il suono come essenza originaria di ogni cosa, non so se mi sono spiegato bene. Il suono come natura primaria dell’Essere. Quasi che fosse proprio solo attraverso la musica che ci è possibile comprendere la complessità più profonda del reale. Ci torneremo su.

La luce sta nell’essere luminoso
Irraggia il cosmo intero

Battiato continua dunque a tratteggiare il grande mistero dell’Essere. Per capire ancora meglio la profondità mistica in cui affonda questa manciata di versi, ecco un passaggio del Tao Te Ching, testo chiave della scuola filosofica taoista, scritto all’incirca 2500 anni fa: “Qualcosa di misterioso e di perfetto esisteva prima della nascita del cielo e della terra / Silente, incommensurabile, solitario, immutabile / in continuo movimento / è la madre dell’universo noto e di quello ignoto / Non conosco il suo nome, quindi lo chiamo Tao / Se dovessi descriverlo, potrei solo dire: è grande”.

Mi pare che le analogie siano evidenti.

Ecco, cari amici, tra chi sbraita di Maradona e Pelé e chi pensa di entrare in aeroporto con la propria amata e gridare “Bomba”, arriva il Maestro Battiato, classe 1945, e in mezza strofa vi ha già sparato in faccia tutto questo. Fate un po’ voi. Andiamo avanti.

Cittadini del mondo cercano una terra senza confini

Questo è uno dei versi che più si prestano a interpretazioni fuorvianti, seppur incredibilmente suggestive. Per forza di cose, vivendo in questo particolare momento storico, siamo portati immediatamente a pensare a un richiamo agli sconfortanti fatti di attualità di cui leggiamo ogni giorno sui quotidiani, al terribile dramma delle migrazioni, carattere purtroppo insito in questa epoca di bruschi mutamenti. È indubbio che i movimenti migratori siano strettamente legati alla complessità che stiamo vivendo, anch’essi prodotti del cambiamento climatico di cui ormai è noto a tutti. I migranti sono sempre in primo luogo migranti climatici. Sebbene come ho già detto in altre pagine questo sia un tema di importanza vitale, da affrontare sempre più con forza anche nelle canzoni, ancora una volta non credo sia ciò di cui Battiato vuole parlarci. Ovviamente mi piacerebbe pensare che il Maestro stia proponendo un’idea di pianeta come nazione globale senza confini (così come enunciata ad esempio da Stefano Mancuso ne “La Nazione delle Piante”) e che quindi l’asse del messaggio sia da inclinare verso una potente presa di coscienza politica, ma la verità è che ancora una volta Battiato guarda in Alto, ciò che indaga è la trascendenza.

Un altro pezzo chiave per l’interpretazione della sua visione mistica, “Le Sacre Sinfonie del Tempo”, recita così: “Le sento più vicine le sacre sinfonie del tempo / Con una idea: che siamo esseri immortali / Caduti nelle tenebre, destinati a errare / Nei secoli dei secoli, fino a completa guarigione”. Non è quindi evidentemente una frecciata alla politica dei porti chiusi ma lasciateci credere comunque per un momento a questa lettura.

La vita non finisce e come il sonno la nascita è come il risveglio

Si torna ad uno dei concetti che citavo precedentemente: il samsara, il continuo ciclo vitale di morte e rinascita a cui l’uomo è costretto nella reincarnazione, la ruota del divenire, qui evocato ancora più esplicitamente. (“Costrizione”, tenete a mente questo concetto perché più avanti sarà molto importante)

Lo sai che il sogno è realtà
Un mondo inviolato ci aspetta da sempre

Vado oltre al ritornello per un istante. Qui comincia invece la seconda strofa, differente dalla prima anche da un punto di vista armonico. Battiato si lancia su note più acute e declama quello che per lui è il cuore di tutta l’esistenza, un mondo inviolato che ci aspetta da sempre. Non è altro che il nirvana, il fine ultimo dell’esistenza, lo stato in cui si raggiunge la liberazione dal dolore, in cui il cerchio della continua rinascita che ci tiene prigionieri finalmente si spezza.

É questa la terra senza confini che i cittadini del mondo stanno cercando. I migranti non sono altro che le anime degli uomini, intrappolate nell’esistenza, siamo noi, ognuno di noi col proprio fardello di sofferenza.

Trovo inoltre strabiliante la scelta della parola “inviolato” come sinonimo di “puro, intatto, inesplorato”, già usata tra l’altro in precedenza proprio in “Lode all’Inviolato”, canzone dal tema decisamente analogo: “Quanti miracoli, disegni e ispirazioni / E poi la sofferenza che ti rende cieco / Nelle cadute c’è il perché della Sua Assenza / Le nuvole non possono annientare il Sole”. É nirvana, tao, l’indispensabile ciclicità degli opposti.

I migranti di Ganden in corpi di luce su pianeti invisibili

Battiato fa a questo punto un’operazione assolutamente spiazzante. Utilizza un’immagine fortemente reale e dal profondo valore politico per descrivere il vagare trascendente delle anime al fine ultimo. Ganden infatti è uno dei grandi centri monastici del Tibet, uno dei luoghi più importanti dello studio del Buddhismo tibetano, che fu devastato prima dall’esercito cinese in seguito all’esilio del Dalai Lama in India nel ’59 e successivamente dalle Guardie Rosse durante la rivoluzione culturale di Mao negli anni ’60. L’immagine disperata dei monaci in fuga ci riporta quindi sulla terra e colpisce duro le nostre coscienze ma lo fa con l’unico scopo di farci capire ancora più a fondo cosa significhi samsara, l’eterno errare in balia delle leggi del karma.

Finché non saremo liberi
Torneremo ancora
Ancora e ancora e ancora

Ed eccoci dunque al nucleo fondamentale della canzone. Adesso tutto mi è chiaro. La reiterazione del ritorno non è una presa di posizione “politica”, non è per nulla un’incitazione alla resistenza, anche se ci piacerebbe pensarlo. A quasi 75 anni Franco Battiato non vuole porsi come leader di un nuovo movimento di protesta e disobbedienza civile. Tornare ancora e ancora e ancora non è un atto positivo di forza e coraggio ma la condanna dell’esistenza terrena.

“Torneremo Ancora” dunque è una canzone che parla di Vita e Morte, i più grandi misteri dell’esistenza umana, ma se vogliamo anche di ricerca della consapevolezza e illuminazione, così importanti soprattutto oggigiorno, quindi dell’eterna migrazione dallo stato di disagio e sofferenza della vita terrena al raggiungimento della pace e della definitiva completezza interiore.

Ma si parlava di Verità, non l’ho scordato.

Come già detto, “Molte sono le vie ma una sola quella che conduce alla Verità” è l’ultimo verso prima del ritornello finale. Le implicazioni spirituali ormai dovrebbero essere chiare.

Tanto comunque vi devo purtroppo ricordare che questa è sempre e solo la mia modestissima analisi, il mio punto di vista nell’infinita indeterminazione quantistica dell’interpretazione di quest’opera.

Quello che importa, e che in realtà volevo dimostrarvi, è che le strade in cui ci conduce la vita sono di certo innumerevoli e non per forza piacevoli ma la Verità resta sempre lì. Un suono che discende da molto lontano. La mia, la nostra unica via che porta alla Verità. I nostri vinili consumati, i nostri litigi sul valore di un artista, i lunghi dibattiti notturni su questo o quel disco. I 3 minuti e 38 di questa canzone di Battiato. Così piccoli e insignificanti e allo stesso tempo così pieni di tutto. Questi pochi versi sono gocce purissime di Verità distillata, 100% di gradazione, da cui non so smettere di bere, alla ricerca di una mistica ebbrezza infinita.

Senza dimenticare mai un paio di Old Fashioned coi ragazzi.

L'autore

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