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Out there

In The Ghetto

Una copertina gialla e il freddo di Chicago

Penso che quasi chiunque conosca questa canzone. In The Ghetto, come le altre canzoni di Elvis, colpisce subito a livello musicale e poi, beh, poi c’è la sua voce, la sua interpretazione. Elvis sarebbe stato capace di far emozionare o ballare qualcuno anche cantando l’elenco telefonico di New York.

La prima volta che mi sono imbattuto in questa canzone ero alle scuole medie, nell’ora di musica. Immagino che la maggior parte di voi abbia avuto la fortuna, durante queste ore, di suonare una pianola, la chitarra acustica o, meglio ancora, abbia avuto la possibilità di scegliere liberamente il proprio strumento.
Noi invece – dico noi perché questa triste sorte è toccata a più generazioni – eravamo costretti a suonare il flauto, che, gusto personalissimo, mi ha sempre fatto schifo e ho sempre suonato da cane.

Tornando a noi, in quelle ore di musica, nel “laboratorio” che non era altro che una piccola stanza nel seminterrato della scuola, noi alunni aprivamo il nostro libro di musica dalla copertina gialla e decidevamo quali canzoni suonare. La scelta non era molto vasta, anche perché ripeto, suonavamo un flauto, e spesso e volentieri la mia decisione ricadeva proprio su di lei, In the Ghetto di Elvis Presley.
Era una delle poche canzoni, insieme a Guantanamera che suonava volentieri. Iniziai ad ascoltarla a casa, coricato sul mio letto, e durante il tragitto sul pulmino che mi portava da casa a scuola e viceversa. Questo è il mio primo ricordo di questa canzone: uno scantinato, un dannato flauto di plastica rossa e un libro dalla copertina gialla.

Per molto tempo ho frainteso, ad essere onesti ancora peggio ignorato, il testo, il significato ed il messaggio di questa canzone. Quando l’ascoltavo mi limitavo a cantarla ripetendo quelle sette o otto parole che conoscevo senza avere assolutamente idea di cosa mi stesse dicendo.

Quando finalmente ho fatto il piccolo sforzo di tradurla, mi sono reso conto che In The Ghetto è tutt’altro che scontata. Nonostante ci siano tantissimi altri gruppi e cantanti che hanno trattato la stessa tematica in modo maggiore, approfondendola con interi album o dedicandogli intere carriere artistiche, cantata da Elvis assume una forza ancora maggiore.

Presley, l’unico vero e indiscusso re, ha interpretato pochissime canzoni – se non sbaglio due – a sfondo sociale e questo rende queste poche eccezioni musicali ancor più importanti. Soprattutto se si considera il suo background sociale: Elvis nasce infatti nel profondo sud dell’America, precisamente a Tupelo in Mississippi (e non a Memphis come molta gente continua a sostenere senza neanche fare lo sforzo di aprire Wikipedia), immerso quindi in una cultura lontana dal progressismo o dal liberalismo nei confronti della popolazione americana di colore.

Bisogna però ricordare che che questa, come la maggior parte delle canzoni cantate da Elvis, non sono state scritte da lui. Il messaggio della canzone è quindi sicuramente da attribuire più a Mac Davis che nel 1969 ha composto il brano. Ciò nonostante è grazie ad Elvis che il mondo conosce questa canzone ed è lui, il Re, ad aver accettato di eseguirla, portando questo messaggio nelle case di milioni di persone in tutto il mondo.

In the Ghetto non è solo incredibilmente toccante ma anche molto realistica. Parla di un bambino nato nel ghetto di Chicago accompagnato nella sua nascita dal freddo, dalla povertà, dai fiocchi di neve che cadono da un cielo grigio e dal pianto di sua madre, che di tutto avrebbe avuto bisogno in quel momento tranne che di un altro figlio da sfamare, soffocata dalle difficoltà di quella che rimane, ancora oggi, la vita in certi quartieri.

Il bambino cresce e si fa ragazzo, vive la vita del ghetto, ne respira l’aria, quell’aria che passa nei vicoli con montagne di spazzatura e di fantasmi che una volta erano uomini e ragazzi come lui e oggi vivono accasciati sui marciapiedi a bordo delle strade, come detriti della società, in balia del whisky o delle droghe di cui abusano per non pensare a quello che sono o a quel che avrebbero voluto essere. Cresce in quei vicoli e si sposta per quelle strade dove è più facile trovare una dose, un serramanico o una revolver che una speranza. 

Quell’aria non solo la respira, ma lo penetra, gli entra dentro, lo cresce e lo cambia. Senza l’aiuto di qualcuno diventerà come quell’ubriacone o quel tossicodipendente rannicchiati ai bordi delle strade contro i muri di palazzi fatiscenti o in case senza tetto e con finestre senza vetri oppure un criminale pronto a vederti quello di cui hai bisogno in cambio di qualche dollaro e un pezzo della tua anima.

Il bimbo deve essere aiutato
O un giorno crescerà essendo un uomo arrabbiato

Ma Elvis va oltre alla descrizione, e punta il dito contro l’indifferenza delle persone, della società, che aiuta e asseconda questo malato corso degli eventi:

“Siamo troppo ciechi per vedere
 Semplicemente giriamo la testa 
E guardiamo dall’altra parte”

La sua, la mia, la nostra indifferenza. Ma quel bambino continua a crescere e, spinto dalla necessità, diventa uomo prematuramente:

“E il suo stomaco brucia
Così comincia a vagare per le strade di notte
E impara a rubare 
E impara a combattere”

Il ghetto lo ha cresciuto con le sue regole e la sua aria e, insieme alla nostra indifferenza, lo ha fatto diventare tutto questo. Non c’è alternativa: se nasci, cresci e vivi lì, non potrai avere altra vita al di fuori di quella del ghetto, immerso nella neve, nel freddo, nella povertà, sentendo riecheggiare ancora il pianto della madre.

L’unica possibilità è andarsene, fuggire da tutto, provare ad avere una vera vita. E quel giovane, ci racconta Elvis, trova forse la forza di provarci:

“Compra una pistola
Ruba una macchina
Prova a scappare ma non arriva lontano 
E sua madre piange”

Il giovane uomo arrabbiato non è riuscito ad andarsene da quell’inferno, è morto prima di riuscirci, è morto provando ad inseguire un’altra vita.

Ed esattamente in quel momento, proprio in un’altra fredda e grigia mattina di Chicago, un altro bambino nasce nel ghetto e sua madre piange. Forse però stavolta non piange più perché è un’altra bocca da sfamare, ma perché sa già quale sarà il suo destino, piange perché sa già che lui sarà un giorno crescerà e sarà un altro giovane uomo arrabbiato.

“Con la faccia a terra sulla strada
E una pistola in mano
Nel ghetto”

L'autore