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Là Fuori

Bob Dylan è Dio? Sì.

Illustrazione di Simone Magnaschi (@magn_ascii)

Chissà cosa deve aver significato per un adolescente quando, in un caldo pomeriggio estivo del 1965, ha ascoltato per la prima volta Like a Rolling Stone. Chissà cosa ha provato questo ragazzino quando ha realizzato di non essere solo proprio mentre gli chiedevano come ci si sente ad essere soli, quando ha capito di fare parte di qualcosa di più grande, quando gli hanno urlato in faccia quel che non pensava di sapere ed invece gli era così familiare, quando Bob Dylan ha finalmente dato una voce a lui e a tutta la sua generazione per la prima volta. Sì, perché fino a quel momento i Beatles volevano solo tenerti la mano, gli Stones erano solo all’inizio e i Beach Boys pensavano solo alle ragazze in bikini. Dylan ha messo i contenuti nella musica pop. Ha creato qualcosa che non esisteva mettendo insieme il rock’n’roll e il folk. Prima di lui nessuno. Per questo dobbiamo sempre rendergli grazie e ricordarci che gran parte di quello che amiamo lo dobbiamo a lui. Può anche non piacere ma le cose stanno così. Con quel colpo di rullante e i suoi successivi 6 minuti e 10 secondi di canzone, Dylan ci ha regalato un’eredità senza confini, ancora oggi in continua espansione. Come disse Springsteen:

“La prima volta che sentii Bob Dylan, ero in macchina con mia madre e stavamo ascoltando la WMCA, e arrivò quel colpo di rullante che suonava come se qualcuno avesse spalancato la porta della tua mente”

BRUCE SPRINGSTEEN, ROCK’N’ROLL HALL OF FAME CEREMONY, 1988

A più di 50 anni di distanza ci sembra quasi scontato pensare che le canzoni debbano avere un significato, ricerchiamo con minuzia i versi dei testi che rispecchiano i nostri stati d’animo e che meglio ci rappresentano per immedesimarci, magari postarli su un social o mandarli per messaggio ad altri per far comprendere meglio chi siamo. Ma tutto questo non sarebbe possibile, non ne avremmo mai preso coscienza, senza quel piccolo omino del Minnesota che per la prima volta con la gola gonfia di rabbia ha fatto la più banale delle domande e ha chiesto a tutti quanti quelli che erano là fuori:

“How does it feel?”

BOB DYLAN, LIKE A ROLLING STONE, 1965

Quello che mi affascina di più e che spesso mi chiedo è: Dylan era consapevole di quello che stava facendo? Conosceva le reazioni che ne sarebbero scaturite mentre, poco più di un mese prima della pubblicazione, stava ultimando le registrazioni? E soprattutto, a chi si rivolgeva? Ecco, tralasciando le leggende che si susseguono ancora oggi su quelle sessioni negli studi di Tom Wilson, alle sue domande riesco a rispondere solo con altre domande. È palese che abbia indicato la via da percorrere, ha dimostrato che la forza delle parole ha la medesima forza di quell’Hammond, ma non ci ha mai detto come percorrere la strada o con quali mezzi. Proprio in questo sta la sua grandezza: provocare in noi altre domande che non ci saremmo mai posti, reazioni e nuove prospettive su quello che credevamo di conoscere. Ficcando più parole di quanto chiunque altro aveva mai osato fare in un singolo verso, ha stimolato l’evoluzione sonora e culturale.

Là fuori naturalmente, c’era un pubblico pronto a recepire il suo messaggio, quello implicito ancora più di quello esplicito. Ha compreso e accolto le invettive sociali e se ne è fatto carico. Un risveglio generazionale, una presa di coscienza quasi globale che per qualche anno è stata convinta che il mondo sarebbe potuto cambiare davvero, aiutata dall’ingenuità generale della società occidentale di metà anni ’60.

Oggi come allora, sono convinto che ci siano persone là fuori, pronte a recepire quegli stessi messaggi di speranza, rabbia e rivolta. Sono convinto che solo la condivisione d’intenti e di idee possa far risvegliare forze che crediamo sopite in noi. Credo davvero che là fuori ci siano persone che brillano come piccole scintille e sulle quali bisogna soffiare a pieni polmoni per farne scaturire fiamme alte fino al cielo a illuminare le notti più lunghe. Credo davvero in tutto questo grazie a Bob Dylan.

L'autore

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