Out there

Le altre volte

Perché Dark Void ha torto e perché Jimi Hendrix ha sempre ragione.

Scriviamo, facciamo musica, la ascoltiamo, parliamo di politica, di che tempo farà domani, e di quali anse del fiume sono migliori per andare a campeggiare e ululare alla luna. Perché facciamo tutto questo? Semplicemente perché siamo animali sociali, la comunicazione, diretta o indiretta che sia, è parte essenziale del nostro DNA. Confrontarsi, scontrarsi, uscirne vincenti o battuti, non importa. Quello che conta è esprimersi, dichiarare e dimostrare agli altri di esistere attraverso il nostro mondo senziente e con i nostri mezzi. Per questo oggi mi arrogo il diritto di rispondere a Dark Void e al suo articolo La prima volta.

Se non avete voglia di rileggervi il suo scritto (peggio per voi), ve la faccio breve, Dark Void sostiene con persuasione che:

Le prime volte sono i momenti più onesti della vita, spazi esperienziali inesplorati, capaci di farci vivere i nostri sentimenti nudi, scevri di preconcetti o pregiudizi e liberi dai dogmi dell’esperienza, che con il loro inevitabile stratificarsi ci rendono attori competenti, controfigure di noi stessi, vecchi seduti ai tavoli del bar che non consumano nulla se non le vite degli altri. Solo la prima volta ci siamo davvero noi, dopo solo maschere sbiadite di un carnevale che non si ha più voglia di festeggiare.”

“LA PRIMA VOLTA” – DARK VOID

E sulla scia di questo ragionamento paragona i The Calling a Jimi Hendrix. I primi sono una band capace di riportare con immediatezza l’autore alla sua infanzia e quindi alle sue prime volte, mentre il secondo è un pacchiano esaltato non in grado di far rivivere quelle stesse sensazioni a lui e probabilmente nemmeno ai suoi fan. Comunque, per correttezza d’informazione, vi invito nuovamente a rileggervi l’articolo!

Bene, procediamo con ordine e affrontiamo la questione riguardante le prime volte. Dark Void è riuscito a convincere anche me in alcuni momenti, ma lasciato sedimentare il suo messaggio ho trovato grosse lacune, a mio modo di vedere, nella sua tesi.

Diciamocelo chiaro e tondo: le prime volte fanno schifo. Il primo amore stai pur certo che finirà sempre male, la prima volta che farai sesso è sicuro che sarà un disastro, il primo viaggio da solo che farai ti ruberanno il portafoglio, gli occhiali da sole e la dignità. Questa poetica delle prime volte è buona solo per i nostalgici da quattro soldi, e badate bene che spesso ci casco anch’io. L’esperienza è quella che ti salverà la vita, ti toglierà dall’imbarazzo e ti riconsegnerà al mondo non più come Australopiteco ma come Homo Sapiens. Vero è che il romanticismo dietro le prime volte mantiene inalterato nel tempo il suo fascino, l’uomo infatti per secoli ha cantato dei suoi primi amori e dei suoi primi dolori. Le prime volte sono state innalzate a baluardi di innocenza e purezza, tutti noi ci abbiamo creduto, soprattutto quando non avevamo altri termini di paragone, ma è davvero patetico continuare a farlo crescendo. Aggrapparsi strenuamente allo scoglio della memoria idealizzata per la paura di affrontare il mare aperto, l’ignoto.

Nei nostri ricordi tendiamo a mistificare le nostre prime esperienze: “La prima volta che ho scopato è stato bellissimo, i nostri corpi sono stati proiettati all’unisono fuori dalla stratosfera, esistevamo solo io e lei e ogni istante è rimasto scolpito per sempre nella mia memoria”. Ma in realtà probabilmente è andata così: “La prima volta ero in un cesso di un locale, c’era puzza di piscio e vomito, ero talmente ubriaco che non ricordavo il suo nome e non ricordo nemmeno se alla fine sono venuto oppure no.”

La consapevolezza fa la differenza. Le prime volte vanno bene per vendere sogni preconfezionati da sceneggiatori di Hollywood e autori di canzoni melense. Quelle che noi chiamiamo prime volte non sono altro che esperimenti già tentati da miliardi di nostri simili, film già visti, racconti già letti, melodie già udite. Ci illudiamo di aver vissuto momenti unici, ma in realtà sono condivisi da chiunque. Le prime volte veramente importanti sono quelle irripetibili nella storia dell’umanità, tipo la scoperta della penicillina, l’invenzione dei sindacati o quella prima volta che racconto qui.


Seconda questione cruciale: Jimi Hendrix e la sua eredità. 
18 agosto 1969. Sono passati esattamente 50 anni dal mattino in cui Hendrix si presentò sul palco di Woodstock. Quella più che la prima volta fu l’ULTIMA VOLTA. Il canto del cigno della Summer of Love. Quando Jimi ripose la sua Strato color panna dopo Hey Joe (di cui, e parlo sempre a Dark Void, la paternità è contesa tra Dino Valenti e Billy Roberts) era già tutto finito. L’ultimo vagito della controcultura americana fu certificato da innumerevoli impronte lasciate nel fango nel verde stato di New York. Lì, nella fattoria di Yasgur, il mondo del rock’n’roll posò per sempre la sua pietra miliare. L’apice più alto mai raggiunto, la sintesi dello spirito di un’intera generazione. Un momento così semplice e spontaneo di condivisione d’intenti non è mai esistito. Né prima né dopo. Woodstock è stato semplicemente la versione migliore del sogno americano, la rappresentazione perfetta del celebre trittico: sesso, droga e rock’n’roll.

18 giugno 1967. Fu proprio a Monterey, fu proprio perchè appena prima i The Who, come erano soliti fare, avevano distrutto la loro strumentazione sul palco, che Hendrix diede fuoco alla sua chitarra. Jimi semplicemente non voleva essere da meno, era lui quello che doveva dimostrare qualcosa al pubblico di suoi connazionali. Quelle fiamme scaturite dalla sua chitarra ardono alte ancora oggi come promemoria della sua grandezza. Jimi, che dovette lasciare la terra natia in cerca di fortuna (rendiamo tutti lode a Chas Chadler, bassista dei The Animals, che lo portò con sè in Inghilterra), riapprodò una SECONDA VOLTA sul suolo americano per imprimersi per sempre nell’immaginario comune come il miglior chitarrista di tutti i tempi (stando alla classifica stilata da Rolling Stone, con la quale mi trovo pienamente d’accordo).

Are You Experienced, disco che personalmente penso racchiuda e rappresenti perfettamente tutta la magia di quel momento storico, era fresco di stampa e The Jimi Hendrix Experience (nome azzeccatissimo perché l’esperienza appunto ci fa comprendere meglio ciò che ci circonda e che viviamo) era indubbiamente una delle band migliori in circolazione. Hendrix, Noel Redding e Mitch Mitchell costituiscono tutt’oggi una delle più esemplari macchine da rock’n’roll mai esistite. Sporchi, potenti e compatti. Blues e psichedelia suonati come devono essere suonati: come se fosse sempre l’ULTIMA VOLTA, e non la prima.

Non ho altro da dire sulle prime volte e su Jimi Hendrix.

L'autore