Out there

Pioggia

Ricordi dal futuro

Pioggia Dark Void Out there mag

A colazione amiamo allungare il Thé inglese con il bianco latte, come un siero che si dipana fumoso, fino invadere tutto e a cambiarne il colore finale. Sulla mensola in legno sono disposte accurate le spezie in vasi dal tappo dorato, i più alti dietro e i più bassi davanti, come nelle file di bambini che cantano. Guardo fuori e vedo la tenera luce dell’alba cadere sull’umido glicine. La mattina è silenziosa e noi ne rispettiamo la quiete. Ho sognato di un luogo lontano ricoperto dal ghiaccio. Lì era la nostra dimora e tu mi spingevi su una slitta moderna. Girandomi sorridevo, e i tuoi capelli di paglia accarezzavano il cielo bruciato di bianco. All’angolo della strada un bambino con un impermeabile giallo guardava un gabbiano, due gabbiani, tre gabbiani, innumerevoli gabbiani volare sincronizzati. Il cielo era bruciato di bianco e tutto sembrava svanire.

Ho finito io il latte parzialmente scremato che avevi messo da parte. Scusami ma era così fresco e gustoso e la sua confezione verde così attraente, come i prati dove pascolano le mucche in estate, quando andiamo a passeggiare e ci lasciamo tutto alle spalle. L’ho finito e l’ho buttato nel bidone dell’immondizia. Ho sognato di un luogo lontano ricoperto dal ghiaccio. Sparecchio la tavola che ora torna ad essere un tavolo.

La calma pianura s’infila sotto di me e i campi distesi sono pieni di pozzanghere. Bilioni, trilioni di molecole mi lasciano spazio, mentre altre accanto giacciono immutate. Qui si riflettono il cielo, le nuvole e i raggi di sole che sembrano essere sempre più soli, come due soli,  tre soli, quattro soli o forse tutti da soli. Nel viaggio noioso tengo stretti i miei sogni mai domi, non voglio sentire altre menzogne, altre voci sentenziose, anime esose e indisponenti che digrignano i denti, no grazie, diniego, non voglio avere altre rogne. Oggi canteranno i bambini e sono molto dispiaciuto perché loro sicuramente non gradirebbero cantare, prediligerebbero l’ozio come giusto che sia, perché sono bambini e anch’io rimembro quand’ero bambino che non volevo cantare, la pancia iniziava a far male, provavo disagio e malavoglia e senso di inadeguatezza portati ben oltre la soglia. I malcapitati bambini di sicuro non vorranno cantare.

Chi siamo noi per costringerli? Chi sei tu per insegnare la musica? Chi sono io per riprendere qualcun altro? Chi siete voi per fare gli artisti? Noi decidiamo, decidiamo di disporre i malcapitati bambini all’interno di cerchi colorati, ugualmente ma non troppo armoniosamente distanziati. La mediocre sala conferenze pare incolorabile, difficile portare la gioia dove vive l’anti umano, il non essere vivi, l’essere professionisti capaci di una cosa soltanto, mani morbide, cerate, profumate e impomatate, senza segni di usura o almeno non quell’usura, dita affusolate e schiene piegate, dove uomini incrociano gambe come fanno le donne e le donne siedono divaricate come fanno gli uomini. Provo già ora un senso di ribrezzo per quello che potrebbe essere il risultato finale. La non musica, il non cinema, la non arte.

I malcapitati bambini si dispongono nei predisposti cerchi come solerti soldati, ritti con braccia lungo i fianchi. Paiono baionette in autunno. Preparatevi, scioglietevi un po’ tanto state andando all’inferno. Musi lunghi come le ombre la sera. Samir arriva in ritardo ma pare composto o forse impietrito e con passo spedito riempie il suo cerchio. Fa caldo e qualcuno gli chiede di rinunciare al suo impeccabile impermeabile blu ma Samir rifiuta anche se suda. Comprendo perfettamente le ragioni del sudato soldato Samir. Anch’io non l’avrei mai tolto dopo essere entrato tardando e correndo, sotto lo sguardo del mondo.  La musica attacca ma le parole escono a stento. Voce più alta non vi sento. Il generale ha dinanzi a sé le sue mogie truppe che sembrano solo aspettare il congedo. Faccio lo scemo, facciamo gli scemi, torniamo leggeri e parliamo con il loro linguaggio. Siamo più belli, sono più bello, come quando sto con te. Alla quarta, quinta, sesta ripetuta qualcuno accenna addirittura un composto ballo. Sorridono più di quando erano entrati dalla ferrea scala emergenziale. Può bastare, Giuditta esce gattonando e ululando. Gocce d’acqua cadono dal cielo dritte e spedite, come i lisci capelli sulle spalle di una ragazza. Gocce d’acqua scendono rapide su palazzi sbiaditi e quadrati, palazzi che incasellano idee e leniscono la sensazione delle possibilità infinite. Gocce d’acqua colpiscono la mia testa e quella di mia madre. Alcuni la chiamano pioggia.

Resto solo nel viaggio di ritorno alla mia dimora e il mio vitreo guardare si perde negli stop posteriori di una succinta autovettura, mentre la sontuosa spazzola dei tergicristalli spazza regolare il parabrezza, mettendo a fuoco una non richiesta desolazione, un terrificante dipinto, una confortevole ma grigia prigione. Il moto costante aiuta la verità. Ripenso ai bambini li davanti a me, e si presenta il futuro, quando si baceranno per la prima volta, quando verranno lasciati e piangeranno e resteranno lì nella loro stanzetta con lo sguardo perpendicolare al soffitto, quando si faranno una canna e i genitori li scopriranno e proveranno a rinchiuderli nuovamente nelle loro stanzette, con lo sguardo perpendicolare al soffitto, quando si innamoreranno di nuovo e quando capiranno che l’amore non dura per sempre, quando si ubriacheranno e canteranno una canzone attorno a un fuoco con gli amici rimasti, con gli amici di sempre e magari ripenseranno a questo magro martedì che pioveva e loro erano nella sala conferenze, e magari allora sarà stata anche solo un’altra goccia d’acqua che cade nel mare, saranno state due gocce d’acqua che cadono nel mare, tre gocce d’acqua che cadono nel mare, quattro gocce d’acqua che cadono nel mare, cinque gocce d’acqua che se poi diventano tante allora la chiamano pioggia. La sontuosa spazzola dei tergicristalli spazza regolare il parabrezza, mettendo a fuoco una non richiesta desolazione, un terrificante dipinto, una confortevole ma grigia prigione. Piove sul ponte di Po. Tengo stretti i miei ricordi futuri. Pioggia dal cielo. Gocce d’acqua dai miei occhi. Alcuni le chiamano lacrime.

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