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Out there

Robespierre

Ricordo di un'Emilia Rossa

Forse questo articolo è solo un pretesto per me.

Ho fatto l’esame di seconda elementare nel 1975
Il socialismo era come l’universo: in espansione
La maestra mi chiese di Massimiliano Robespierre
Le risposi che i Giacobini avevano ragione e che Terrore o no
La Rivoluzione Francese era stata una cosa giusta
La maestra non ritenne di fare altre domande

Robespierre – Offlaga Disco Pax

Ripenso a tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, quando le Clarks non le mettevano i fighettini la sera per uscire con la ragazza, o i figli di papà con il macchinone che non hanno pagato e il portafoglio pieno di soldi che non hanno guadagnato, ma i comunisti o gli autonomi nei cortei di protesta dove servivano buone scarpe, resistenti e a basso costo; quando portare la barba lunga o incolta non voleva dire “guardate quanto sono alternativo” o “mi piace molto la birra e gioco a rugby” o, ancora peggio, “va di moda e alle ragazze piace”, ma era il tratto distintivo di icone vere, che stavano facendo la storia del Paese.

E non mi riferisco al genere di “icone” come i calciatori milionari (che, per inciso, si fanno crescere la barba ma si depilano le gambe) o a qual si voglia attore di Hollywood che al massimo sarà ricordato per qualche bella parte in un film famoso e ricompensato con una statuetta. No, mi riferisco a modelli veri, uomini veri. Parlo dei Barbudos, rivoluzionari cubani, di Ernesto Che Guevara, Camilo Cienfuegos, Fidel Castro. Insomma, gente che nei film non ci recitava, ma ne ispirava le storie.

Quando si portava un Eskimo più che come cappotto, come una vera e propria divisa riconoscibile da chiunque (anche se, come ci ricorda Guccini, c’erano anche i casi in cui “portavo allora un Eskimo innocente, dettato solo dalla povertà). Quell’indumento era un marchio distinguibile da chiunque che permetteva di comprendere immediatamente chi era un compagno e quali fossero i suoi ideali. Era, allo stesso tempo, un monito, un oggetto intimidatorio per qualsiasi reazionario, fascista o clericale nei paraggi. Di reazionari poi non è che se ne vedessero in giro tanti, quasi tutti rinchiusi nelle loro tane e sopravvissuti a malapena a una disinfestazione, purtroppo, solo parziale (come direbbe Giorgio Canali “Caro Valerio, non dovevamo fermarci“). Insomma, un messaggio, quello dell’Eskimo, chiaro e durato anni: ribellione, rifiuto delle convenzioni dettate dalle istituzioni e dalla moda, chiara dichiarazione politica.

Quando la kefiah attorno al collo era un simbolo di solidarietà nei confronti dei palestinesi e la storia di quel fazzoletto di stoffa era nota a tutti. È un indumento che nasce nella cultura palestinese come segno di distinzione tra gli abitanti delle zone rurali, che portavano appunto la kefiah, e quelli dei quartieri cittadini, che indossavano il fez. Fa però parte anche della cultura siriana e curda ed è stata portata alla ribalta a livello mondiale dalla terrorista palestinese Leila Khaled, membro del fronte per la liberazione della Palestina, prima donna coinvolta nel dirottamento del TWA 840 nel 1969 e ritratta nella celebre foto del 1970 con un AK 47 e la testa bardata da una kefiah.

Quando “qualcuno era comunista perché era nato in Emilia”, cantava Giorgio Gaber. Quell’Emilia dei Fratelli Cervi – Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore – antifascisti e partigiani che vennero torturati e fucilati dai fascisti il 28 dicembre del 1943. A loro, simboli della lotta contro la dittatura, sono state intitolate vie e scuole. A loro, Salvatore Quasimodo ha dedicato la poesia “Ai Fratelli Cervi, alla loro Italia”. E sempre di loro si parla nell’album dei Modena City Ramblers “Appunti Partigiani” nella traccia scritta dai The Gang “La Pianura dei Sette Fratelli”.

Quando la classe operaia andava in paradiso, quando “ti voglio bene Berlinguer“, quando “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona” (continua a cantare Gaber). Quando questo sottosegretario di partito ebbe il coraggio di prendere la parola davanti ai cancelli dello stabilimento FIAT di Mirafiori durante lo sciopero a oltranza per bloccare il licenziamento di 14.000 operai. Lo sciopero durò 35 giorni e proseguì anche dopo il ritiro dei licenziamenti, concludendosi il 14 ottobre con 40.000 operai Fiat in corteo per le vie di Torino che manifestavano per il diritto al lavoro.

Quando il catechista votava Pannella. Quando i partiti politici esistevano veramente e lottavano per tutelare i diritti dei cittadini. Quando la sinistra esisteva davvero e aveva ideali forti, non come oggi, dove partiti si attribuiscono questo appellativo solo perché hanno letto un libro con la copertina rossa o studiato la Rivoluzione Russa a scuola. Quando i comizi si tenevano davanti agli stabilimenti in mezzo agli operai e non di fronte alla Leopolda con dei conigli come platea. Quando la sinistra non era sparpagliata in più di 15 partiti totalmente inutili come il “partito marxista leninista italiano”, il “partito comunista italiano marxista leninista”, il “partito di alternativa comunista”, il “partito comunista d’Italia”, il “partito comunista dei lavoratori”, il “partito della rifondazione comunista”, il partito “essere comunisti”, il “partito comunista” di Marco Rizzo – che aveva provato a riconciliarli tutti in un unico partito per fare qualcosa di serio, ma figuriamoci se lo ascoltano l’unico che ragiona – il “nuovo partito d’azione”, “possibile”, “sinistra, ecologia e libertà”, “sinistra italiana”, “futuro a sinistra”, “partito socialista italiano” e… tanti, troppi altri, così tanti che mi sono rotto i coglioni di scriverli e voi sarete sicuramente rotti i coglioni di leggerli. Tutto comprensibile e giusto così.

Quando si cantava Guccini con il pugno chiuso alzato:

“Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,
quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
ma nella fantasia ho l’immagine sua:
gli eroi son tutti giovani e belli”

La Locomotiva – Francesco Guccini

E non quell’inascoltabile miseria musicale di Calcutta a cui preferisco davvero la voce di un call center.

Quando in casa, sullo scaffale in salotto o sulla mensola in camera, c’erano “Guerra di guerriglia”, gli scritti di Antonio Gramsci o semplicemente “I diari della motocicletta”, racconto del mitico viaggio di Ernesto Guevara De La Serna – all’epoca non ancora conosciuto come Il Che – e Alberto Gramado, due giovani studenti di medicina in sella alla loro “Poderosa”, una Norton 500 MI8 di fabbricazione inglese, con cui hanno attraversato il Sud America in un viaggi spirituale alla ricerca della loro strada, del loro destino. Cile, Perù, Colombia, Venezuela: un immenso patrimonio storico e spirituale, un’esperienza a contatto con l’immensa povertà e con lo sfruttamento dei popoli nativi, privati del loro territorio e delle loro risorse dai grandi proprietari terrieri sposati con le grandi lobby americane.

Quando, come cantavano gli Offlaga Disco Pax, “nel mio quartiere dove il Partito comunista prendeva il 74% e la Democrazia cristiana il 6%”. Quando si ascoltavano i CCCP che pure il vinile stampavano in rosso, e non quella roba de Lo Stato Sociale con il buon Lodo Guenzi che predica bene e razzola male, proprio come un prete, andando prima a Sanremo e poi a X Factor. Quando…

Ok, basta adesso, quello che volevo dire l’ho detto, “non ho bisogno di applausi fischi”, come direbbe Guccini. Nel mondo di oggi, dove gli ideale, le idee e i concetti vengono meno o si sono addirittura persi, non ci resta altro che rimanere, come cantavano appunto i CCCP, “fedeli alla linea anche quando non c’è”.

L'autore

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