Out there

Sui Generis

Charly Garcia, Montmartre e i vent'anni

Sui generis - Out There Mag
Sui generis – Out There Mag

Ricordi l’autunno a Parigi? La pochissima luce blu di Prussia che entrava dalle finestre ti dipingeva delicatamente, nuda e a pancia in giù nella stessa identica posizione in cui ti eri addormentata la notte prima. Spettrale ed eterna come un dipinto del Rinascimento. Al suonare della sveglia feci finta di dormire mentre facevi la doccia e il caffè prima di andare alla Sorbonne. Erano le sette di mattina ed io ero tuo dalla sera prima, quando mi avevi messo Led Zeppelin I. Certamente ignoravi quanto fosse difficile in quel mondo e in quel tempo trovare una bellezza come te che amasse il Blues.

Ricordo la sera che ci incontrammo. Brillavi, e io non avevo mai visto nessuno brillare prima di allora. Risplendevi con l’aura di un’immagine sacra. Era luce tiepida, violenta; esplodeva come fuochi d’artificio e colpiva la notte lungo il canale Saint-Martin. Ricordo il modo in cui faceva male, il cuore stretto in un pugno e la sensazione di annegare se non avessi mai più potuto incrociare i tuoi occhi. Ad un tratto tutto era lì, tutto era allora e nient’altro sarebbe mai più esistito o avrebbe mai più avuto senso di esistere. Era la tua forma di sentire, il tono della tua voce, gli eleganti giochi di suoni che nascevano dalle parole, la scintilla dei tuoi occhi puntandomi, tra i sospiri esitanti di guance, sorriso e palpebre. Ricordi? In tutte queste maniere nasceva il miracolo della tua bellezza e scuoteva la terra al suo passaggio. Ricordo di aver pensato come una purezza tale non potesse appartenere a questo mondo, o che forse Roy Orbison avesse sempre avuto ragione, e ce n’erano davvero di ragazze come te, in certi reami superiori del creato. E di quanto fosse stato inutile e ridicolo anche solo provare a ignorare tale potenza e di come la vita ci chiami in questa maniera così raramente. Ricordi cosa ti dissi? Come possiamo essere così egoisti? Come può tutto questo essere così violento? E dove l’unità si scontra con il tutto? Da dove proviene questo tuo splendore? É per questo allora, che vale la pena vivere?

Andammo in cima a Montmartre quando iniziò a piovere. Era quella città o era il cielo a stare dalla nostra parte? Erano i vapori del vino o erano i vent’anni? Che ci regalavano tanta pietà e tanta grazia. Riparati sotto un portico giurammo di andare a casa quando avesse smesso. Mi parlasti delle canzoni con le quali eri cresciuta, dei favolosi anni ’70 e di come tuo padre usava punteggiare i dischi ogni volta che ne comprava uno. Parlavi con dolcezza e con valore e la tua voce calda potenziava tutto quanto ci fosse di buono in me. Finimmo per parlare di musica fino all’alba, mentre la pioggia crollava dal cielo da un’eternità e sarebbe crollata nella stessa maniera per sempre. Insistesti su una canzone particolare e me la cantasti all’orecchio: era la canzone più romantica che avessi mai sentito in tutta la mia vita. 

Era il freddo o eri tu a tenermi così vicino? Ci conoscevamo da ventiquattro ore e con la certezza che il giorno dopo mi avresti salutato per sempre me la cantasti parola per parola. Parola per parola, mentre la pioggia crollava da un’eternità e sarebbe crollata nella stessa maniera per sempre. Esplodendo fragorosamente sul piazzale e affogando ogni rumore del mondo al di fuori di noi.

Fu allora quando quella musica, quella città e il tuo volto vi uniste per sempre. Forgiate indissolubilmente in un unico splendido essere conficcato da allora nei miei sogni. Quizás, Porqué, fino ad oggi mio segreto, è una gemma preziosa, un talismano che non ho mai voluto mostrare a nessuno. Quando Charly García la scrisse aveva vent’anni come noi, ci puoi credere?

Quizás porque no soy un buen poeta 
Puedo pedirte que te quedes quieta 
Hasta que yo termine estas palabras. 
Quizás porque no soy un gran artista 
Puedo decirte “tu pintura está lista” 
Y dártelo, orgulloso, este mamarracho.
Quizás porque no soy de la nobleza 
Puedo nombrarte mi reina y princesa 
y darte coronas de papel de cigarrillo.
Quizás porque soy un mal negociante 
No pido nada a cambio de darte 
Lo poco que tengo: mi vida y mis sueños.
Quizás no soy un buen soldado 
Dejo que ataques de frente y costado 
Cuando discutimos de nuestros proyectos.
Quizás porque no soy nada de eso 
Es que hoy estás aquí en mi lecho.

Forse perché non sono un buon poeta
Posso chiederti di restare immobile
Fino a che io finisca queste parole.
Forse perché non sono un gran artista
Posso dirti “il tuo quadro è pronto”
E darti, orgoglioso, questo pasticcio.
Forse perché non sono della nobiltà
Posso nominarti mia principessa e regina
E darti corone di carta da tabacco
Forse perché non sono un commerciante
Non chiedo nulla a cambio di darti
Quel poco che ho: la mia vita e i miei sogni.
Forse perché non sono un buon soldato
Lascio che mi attacchi di fronte e di lato
Quando discutiamo dei nostri progetti.
Forse perché non sono nulla di tutto questo
È che oggi sei qui nel mio letto.

Quizás, Porqué – Sui Generis (Vida, 1972)

Charly Garcìa e Nito Mestre, in arte Sui Generis. Fecero fede al nome rompendo una breccia nel rock argentino e diventando il duo più visionario dell’America Latina, dicesti. Scrissero tre dischi quasi perfetti, 1972, 1973, 1974 per poi scomparire nel nulla, tra le lacrime di una generazione, nel punto più alto della loro carriera. Ci credi che la notte dopo l’ultimo concerto a Caleta Olivia il loro furgone precipitò da un precipizio e tutta la strumentazione venne distrutta?

In tempi in cui anche tu eri sparita in circostanze analoghe mi capitava spesso di ubriacarmi solo per pensare a tutte queste cose. La pozione magica vi riportava in vita e il pensiero della Luna era il più ricorrente: alzavo gli occhi e rimanevo estasiato dalla semplice idea di sapere che, se in quel preciso momento anche tu avessi alzato lo sguardo nel buio, allora la Luna a sua volta, con la sua misericordia, ci avrebbe potuto vedere e benedire. Entrambi avremmo visto la medesima Luna, l’unico orizzonte in comune di due notti lontane anni luce. Entrambi saremmo stati colpiti dai medesimi fotoni, una volta fratelli e volati insieme per milioni di chilometri. Quest’idea mi affascinava. Ne ero completamente sedotto e iniziai a tenere lo sguardo in alto a lungo, a volte per ore sperando che questo miracolo accadesse, sognando il giorno che ti avrei rivista.

Così con il tempo stare con la Luna diventò come stare con te, significavano la stessa cosa. Se sulla strada dell’ultimo sole capitava di vederla sbucare all’orizzonte rincorrendomi fedele fuori dai finestrini allora puntavo la notte senza più paura, sicuro che avresti illuminato la strada della mia salvezza. E se in notti d’estate come stanotte, capitava che il suo chiaro dipingesse grandi tappeti d’argento sui pavimenti nudi della casa allora mi ci coricavo dentro e mi ci addormentavo, come un cane che aveva trovato il suo rifugio perfetto, protetto dal mondo in un manto di luce immortale.

Guardo i tappeti allungarsi per la camera prima di dissolversi nel nulla. E ti chiedo, mentre i grilli cantano le loro meravigliose canzoni d’amore e Quizás, Porqué suona alla radio risvegliando l’essere mitologico che più temo: che senso ha avuto tutto questo? Come può la musica essere così miracolosa e allo stesso tempo farmi così male? É il vostro legame indissolubile? Durerà in eterno o finirà con la morte? Dove sei finita? Ricordi l’autunno a Parigi? Sono passati 10 anni e io lo sto dimenticando. La dolcissima luce blu di Prussia che entrava dalle finestre ti dipingeva delicatamente, nuda e a pancia in giù nella stessa identica posizione in cui ti addormentasti. Maestosa e immobile come una Dea greca. Feci finta di dormire mentre facevi la doccia e il caffè prima di andare alla Sorbonne, erano le sette di mattina ed io ero tuo dalla sera prima. Certamente ignoravi quanto fosse difficile in quel mondo e in quel tempo trovare una bellezza come te che amasse il Blues. Così come io ignoravo che quello sarebbe stato l’ultimo ricordo che oggi mi è rimasto di te e di quegli incredibili tempi. L’aroma del tuo caffè americano e l’armonica di Robert che invadendo la stanza mi vincevano senza colpo ferire.

Hubo un tiempo en que fui hermoso y fui libre de verdad,
guardaba todos mis sueños en castillos de cristal.
Poco a poco fui creciendo y mis fabulas de amor
se fueron desvaneciendo como pompas de jabón.
Te encontré una mañana
dentro de mi habitación
y prepararas la cama para dos.

Quisiera saber tu nombre, tu lugar, tu dirección,
y si te han puesto teléfono también tu numeración.
Te suplico que me avises si me vienes a buscar,
no es porque te tenga miedo es porque me quiero arreglar.
Te encontré una mañana
dentro de mi habitación
y prepararas la cama para dos

Ci fu un tempo in cui fui bellissimo e libero per davvero,
proteggevo i miei sogni dentro castelli di cristallo.
Poco a poco crebbi e le mie storie d’amore
sfumarono come bolle di sapone.
Ti rincontrerò una mattina
dentro alla mia stanza
e preparerai il letto per due.

Vorrei sapere il tuo nome, dove sei, il tuo indirizzo,
e se avessi il telefono anche il tuo numero.
Ti supplico di avvisarmi se mai mi venissi a cercare,
non perché abbia paura ma perché mi voglio sistemare.
Ti rincontrerò una mattina
dentro alla mia stanza
e preparerai il letto per due

Canción Para Mi muerte – Sui Generis (Vida, 1972)

L'autore

Leggi anche