Out there

L’inverno, il bisonte e il teatro di montagne

Romantici luoghi del Nord Italia diventano i palcoscenici di tre giorni di musica classica e contemporanea.

Torno a casa dopo alcuni mesi e ritrovo tutto e tutti al proprio posto: la nonna che mi aspetta a casa con un piatto di tortelli con la coda (rigorosamente con sugo di porcini), Billy che mi fa le feste e scodinzola ai 200 km/h, l’umidità che avvolge e stritola il corpo producendo sudore, gli amici con la erre moscia che ritrovi al bar in piazza pronti ad ascoltare le tue storie. Io e Manu non ci vediamo da un po’ quindi abbiamo bisogno di una birretta per dissetarci mentre ci aggiorniamo sugli ultimi avvenimenti delle rispettive vite. Parto io. Sono appena tornata da tre giorni di fuoco quindi inizio a parlare a macchinetta, vorrei davvero portare Manu indietro nel tempo insieme a me per farle provare quel che ho provato io. Parlo veloce e come mio solito con la furia del voler dire tutto nel minor tempo possibile, annaspando come se ci fosse una medaglia alla fine di questa corsa di parole, dimentico dettagli qua e là che riprendo poi dopo, rendendo il tutto forse molto confuso per chi mi deve ascoltare. Finisco il mio racconto in fretta e furia e mi rendo conto di aver finito con un po’ di amaro in bocca, come se mi fossi dimenticata di dire qualcosa di fondamentale per la fretta di condividere il mio racconto con qualcun’altro, come quando hai tantissima voglia di gelato, tanto da mangiarlo troppo in fretta e lo finisci insoddisfatto, sei sazio ma ne vorresti ancora, perché la voglia del gelato ti rimane anche dopo un cono grande tre gusti. 

Cerco dall’altra parte del tavolino sul volto di Manu un segno di qualsiasi tipo, approvazione, disinteresse, curiosità, perplessità, indifferenza, qualcosa che mi faccia capire se il mio messaggio confuso abbia scaturito qualcosa in lei o meno. Non faccio in tempo a mandare giù un sorso di birra, che Manu sorridendo mi dice: “Che bello Eli, davvero non so che dire se non che se ti va potresti scrivere un pezzo su questa esperienza fantastica”. Forse sono riuscita nel mio intento. A questo punto non mi tocca che riordinare le idee e chiamare in aiuto chi ha condiviso con me questa tre giorni di fuoco.

Eli


Arriviamo in largo anticipo e i cancelli sono chiusi. Alcuni ragazzi stanno già aspettando, in fila, all’ingresso. C’è caldo, umido e soffocante, che mi chiedo cosa stiano facendo lì a soffrire. Loro sono gli irriducibili, gli sfegatati, quelli che sanno tutte le canzoni a memoria, o almeno fingono bene di saperle, fedelissimi alla maglietta comprata allo stesso concerto di tre anni fa ed arricchiti da accessori di band diverse ma dello stesso genere. Noi no. Noi preferiamo andare a bere una birra. Sono le 3 del pomeriggio.

La prima, la seconda, la terza. Le birre ci scaldano, ancor di più del sole e dei suoi 35 e più gradi che rendono Villafranca una sauna d’asfalto a cielo aperto. Dalla terza in poi non dissetano più, ma diluiscono i prodotti di combustione delle sigarette che accendiamo e respiriamo, una dopo l’altra, come se i nostri polmoni funzionassero a catrame e non ad ossigeno. Entriamo un’ora dopo l’apertura dei cancelli, le persone riempiono il cortile del Castello come se volessero conquistarlo. Ci addentriamo, tanto da riuscire a vedere nitidi gli strumenti sul palco. Ancor prima che il concerto inizi ci allontaniamo dalla mischia e ci mettiamo in fondo, seduti per terra appoggiati con la schiena alle mura. Tutta un’altra cosa. Il palco nasconde un lato intero delle mura, e viene sovrastato dalla luce rosea del tramonto graffiata dalle scie degli aerei. Justin Vernon entra sul palco prima ancora che io riesca a finire la birra comprata vicino all’ingresso.

Non elencherò la scaletta delle canzoni che sono state suonate, nè tantomeno mi metterò a commentare come siano state suonate. Ad essere sincero, non ricordo neanche l’ordine. Ma ricordo bene la voglia che avevo di stringerla a me e respirarne il profumo quando Bon Iver ha iniziato a suonare Heavenly Father, e così ho fatto. Appena dopo, mi emoziono su Towers. Mi immagino di essere su un treno, o sul retro di un pickup con direzione sconosciuta ma lontana, a scrivere lettere a mia madre con calligrafia illeggibile e sgrammaticata. Mi immagino mia madre, forse mi manca, vedo mia madre da giovane che è mia sorella a pochi passi da me. Sorride, con gli occhi grandi e lucidi magnificati dalle lenti degli occhiali. La guardo, come se volessi capire che cosa sta pensando. La stessa cosa, forse.

Finisco una birra, Bon Iver si prende 5 minuti di pausa e velocemente corriamo a prendere altre birre, prima che tutti si mettano in fila. Il tempo di girare e fumare una sigaretta e Justin Vernon è sul palco. Canta da solo una versione di Skinny Love che mi sembra molto diversa da quella che sono abituato ad ascoltare, ma che comunque funziona, almeno per me. Dopodichè, una serie di canzoni che mi sembrano tutte simili e concatenate una con l’altra, come se fosse un lungo brano. Forse è colpa delle birre, o merito del loro modo di comporre. È come se stessimo tutti navigando su un fiume, noi davanti a lui e alla sua voce, che silenziosamente ci culla verso la foce del concerto. Senza neanche rendermene conto accendono le luci del palco, il concerto è finito e la fila ai bagni si fa immensa, così come la voglia di pisciare. Questo è il momento più bello. Rimaniamo lì un po’ più a lungo, chi sdraiato e chi seduto, a fissare le mura che imponenti ci racchiudono e proteggono. Fumiamo l’ultima. “Che cosa hai immaginato mentre suonavano?”. Torniamo alla macchina. 

Meme


La Ypsilon panna con interni in vellutino blu potrebbe risultare un mezzo di poco valore contornata da tutte queste auto che sembrano appena uscite da una pressa tanto sfrecciano raso terra, ma essendo il lago di Garda tappezzato di dossi, la mia piccolina diventa il mezzo più ambito dai tedeschi in vacanza. Pioviggina tutto il giorno rinfrescando l’aria e il cielo sembra farci un favore schiarendosi proprio nel momento in cui ordiniamo due bottiglie di Lugana bianco a bordo lago, un’ora prima del concerto. All’ingresso mormoriamo un “Ci manda Gigi” poco credibile ma funzionale per poterci godere il lago da una banchina. Lo stesso Gigi che ritroviamo a presentare il concerto, un’ora e due bottiglie dopo.

La corte interna del Castello Scaligero è il palcoscenico di, così letteralmente descritto, “un viaggio temporale che parte dai grandi classici della musica ed arriva al gruppo icona della musica moderna che, probabilmente, da questi classici è stato influenzato”. Tradotto, da una parte i compositori melodici europei degli inizi del ‘900, dall’altra i Beatles riarrangiati in chiave classica. Un tempo a ciascuno. L’interpretazione dei suddetti classici di Danilo Rossi alla viola e Stefano Bezziccheri al pianoforte crea una dolce atmosfera all’interno del Castello, resa ancor più epica dall’eleganza delle sue forme. L’energia che si percepisce nella corte muta in funzione della musica che viene suonata. I piedi del pubblico che elegantemente battono sui sassi della corte tenendo il tempo del Gran Tango di Piazzolla, così come la malinconia si impossessa dei pensieri sulla Pavane Pour un Enfant Defunt di Maurice Ravel. Il sorriso dolce e vissuto di due suore a poche file da me, le mani di una coppia che si sfiorano, conferma o speranza che forse non è così tutto da buttare.

Chiudo gli occhi. Vedo una nonnina seduta su una panchina in mezzo ad un parco molto verde. Sta leggendo un libro con le pagine ingiallite. Legge a bassa voce, non è sola. Con la testa sulle sue coscie c’è una bimba bionda che si ripara dal sole grazie al libro dell’anziana nonnina. La bimba si diletta a strappare petali a dei fiori che ha in mano. Tutto avviene con estrema lentezza e pacatezza. Credo di essermi quasi addormentata all’idea di tanta pace. Torno a Sirmione e nella pausa tra la prima e la seconda parte corriamo a fumarci una sigaretta prima che il Maestro Rossi e l’Orchestra della Filarmonica di Brescia inizino con la loro operazione di smonto e rimonto in chiave classica di colossali pezzi dei Beatles.

Confesso che spesso mi piace l’idea di non conoscere assolutamente nulla di musica classica e non avere assolutamente idea della qualità del suono che giunge ai miei padiglioni. Provate a stilare una lista delle persone che più non vi sono affini. Categoria numero uno: gli intenditori, di qualsiasi genere. Mi avvalgo del mio diritto di non sapere niente, di poter sbagliare e di poter dire una cazzata, e così facendo mi perdo nei pensieri che questa musica mi fa immaginare. Tuttavia, aver ascoltato canzoni dei Beatles troppe volte non aiuta ad immaginarmi mitiche vicende, disperate situazioni o spensierate avventure. Mi limito ad ascoltare, ed a godermi chi e cosa mi circonda.

Eleanor Rigby è l’ultimo pezzo, con viola e violoncello solisti. La violoncellista avrà la mia età, abbraccia il violoncello come se fosse il suo amante e risponde a suon di archetto agli assoli della viola che il Maestro suona e agita e muove continuamente, emettendo respiri animaleschi trascinato dall’eccitazione dell’esecuzione. Ora, come tante volte, capisco lo scrittore Davide Rondoni quando associa al Maestro le poetiche sembianze di un bisonte ne “il corpo del musicista”. Sudano, i musicisti, e noi anche nel battere le mani energeticamente. Concerto finito. Facciamo per alzarci quando sento uscire dalla viola solista un suono familiare. Finalmente la sento e la vedo dal vivo, sembra essere la conclusione perfetta ad una serata magica e stellata come questa. The great gig in the sky. Ora tocca a voi, chiudete gli occhi e diteci che cose vedete. 

Eli & Meme


Credits @SaraRossi

Col Margherita, Passo San Pellegrino. Più di 2500 metri in quota. “E intanto si suona”. Sono le 3.00 (e non le 15.00) e suona la sveglia. Alle 4.00 c’è il ritrovo alla funivia per salire in quota. Muoio di sonno ma sono elettrizzata. Ci siamo addormentati la sera prima a mezzanotte dopo svariati liquori tipici e partite di briscola a 6. Credevo di avere imparato ormai tutte le possibili versioni di questo gioco in quanto piacentina DOC e nipote di una incallita giocatrice di briscola ai tornei del campeggio, ma a quanto pare Neri Marcorè aveva in serbo per noi una versione inedita della classica briscola (togliete tutti I 2 e fate due gruppi da tre persone, il resto delle regole è identico).

Ore 4.30 circa siamo in quota. È notte fonda ma il cielo già inizia a schiarirsi con le prime luci laggiù in fondo dietro le montagne. Camminiamo circa 20 minuti per raggiungere il luogo magico che ospiterà lo spettacolo. È ancora troppo buio per rendersi conto della meraviglia davanti ai nostri occhi. Ci sono 7 gradi ma noi siamo attrezzati, grappa e panini con la coppa. Il sole sale sempre più verso il cielo che da lassù sembra ancor più vasto. Sono le 6, e il sole finalmente ha superato anche la cima più alta e splende sopra a noi scaldandoci la faccia. A scaldarci l’anima ci pensano invece coloro che a breve saliranno sul palchetto dell’anfiteatro naturale che abbiamo raggiunto.

Credits @SaraRossi

Un uomo prende parola sul palco e cala il silenzio assoluto. È Neri Marcorè che interpreta la voce di Alessandro Silvestri, un giovane soldato della prima guerra mondiale. È grazie a lui e al ritrovamento dei suoi diari che Alessandro Baricco e Mario Brunello hanno deciso di dare vita a tutto ciò, perchè Alessandro non è un “semplice” soldato, Alessandro è anche un musicista, un organista. Neri Marcorè diventa quindi la voce di Alessandro, un uomo che passa dallo schiacciare un tasto su una tastiera a premere un grilletto. Ma Alessandro non abbandona la musica, anzi. Tra una battaglia ed un’altra cerca chiese dove poter suonare il suo amato organo, unica via per poter resistere all’oscurità che pervade ogni singolo momento delle sue giornate. Ed ecco che la musica diviene resistenza all’odio, alla guerra. Diviene via di fuga e pace. A rendere l’atmosfera e l’idea di ciò che la musica rappresenta per Alessandro, i pezzi dei compositori Giovanni Sollima, Malek Jandali e Arisha Samsamina, interpretati da numerosi artisti tra cui Marco Rizzi, Regis Bringolf, Danilo Rossi, Mario Brunello, Florian Berner, Gabriele Ragghianti, Ivano Battiston e il Signum Saxophone Quartet.

L’idea della musica come arma di pace, come rifugio sicuro, come via di fuga e libertà si diffonde nell’aria a colpi di archi e sassofoni, Neri Marcorè è un interprete d’eccezione che si rivela anche cantante. Parte un pezzo di De Andrè suonato in chiave classica e cantato in modo eccelso da Marcorè. Sembra di essere in guerra, o meglio sembra di essere in una chiesa dove Alessandro suona l’organo e mette in stand by gli orrori della guerra, sembra di essere là con lui. Mi lascio trasportare dall’atmosfera che si è creata  finchè ad un certo punto Alessandro incontra un bambino di cui riporta le parole pronunciate durante una conversazione: “Ma invece di uccidere gli uomini non potete uccidere quello che ha fatto la guerra?”. Apro gli occhi e mi chiedo come sia possibile che nessuno ci abbia mai pensato prima. 

Eli


P.S.: Non abbiamo mai scritto per nessuno se non per noi stessi o per I nostri insegnanti a scuola e i diari in cameretta, è la prima volta che scriviamo a qualche sconosciuto di cui nemmeno riusciamo ad immaginare il volto. Beh cari sconosciuti speriamo non vi riveliate giudici severi, noi le mani le abbiamo messe avanti insieme al cuore e alle emozioni. Vi auguriamo di riuscire ad immedesimarvi, tutti si meritano una tre giorni come questa.

Meme e Eli

L'autore

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