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Uno Sguardo Pop Alla Contemporaneità

Pseudo-recensione del disco non ancora uscito di Grimes

Benvenuti nel 2020, un anno che ancora prima di essere iniziato sembra già a tutti gli effetti quello delle grandi promesse, sotto ogni aspetto. Sebbene abbia già sottolineato in varie occasioni quanto non creda più minimamente a questa ritualità effimera che ci porta continuamente a segnare lo scorrere ineluttabile del tempo come se avvenisse in funzione delle nostre convenzioni, quanto sia stufo di questa cerimonia di buona fine-miglior principio, che niente ha a che vedere con l’essenza profonda delle cose a parte ricordarci che la Terra ha compiuto il suo ennesimo giro di danza col Sole e che continuerà a farlo per altri miliardi di anni con o senza di noi, è innegabile che basti guardarsi attorno per capire che c’è una strana vibrazione di cambiamento e passaggio legata a questo anno appena cominciato, un’aspettativa indiscutibilmente febbrile.

Già solo la simmetria formale della sua ortografia sembra racchiuderne tutta la portata simbolica: “venti venti”. “Venti + venti = tempesta”, verrebbe da rispondere a qualcuno con patetica ironia. Di certo solo a pronunciarlo ad alta voce suona come un anno di cui ci ricorderemo, un monolite nell’impercettibile eppure così centrale sentiero segnato sassolino dopo sassolino dal genere umano attraverso la Storia.
Più banalmente: siamo all’inizio degli anni Venti del nuovo secolo ma anche del nuovo millennio. E tutti abbiamo memoria (in realtà non ne sono più così sicuro) dei precedenti anni Venti, nel bene e (anche soprattutto) nel male.

Il 2020 poi era l’anno per eccellenza dei racconti fantascientifici per noi nati negli anni ’80. Era già un anno più avanti rispetto alle vicende messe in scena in “Blade Runner”, per intenderci. L’anno in cui da bambini ci immaginavamo alla guida di auto volanti, in cui i viaggi interplanetari e il teletrasporto sarebbero stati all’ordine del giorno, in cui avremmo potuto comunicare istantaneamente con chiunque ed avere accesso ad ogni tipo di conoscenza attraverso un microcomputer che avremmo tenuto costantemente in tasca…ah no, questo esiste già da qualche tempo. Purtroppo o per fortuna, non ho ancora capito.

E poi questo è l’anno del riscatto del Capricorno, ragazzi. Leggete qualunque oroscopo per credere. E io sono un Capricorno. E ho diversi conti in sospeso col destino.

Ma a parte queste sciocchezze, il 2020 sembra essere infine un punto nodale, la chiave di volta nel dipanarsi di quella che è la questione socio-politico-culturale più importante dell’epoca che stiamo vivendo: la lotta al cambiamento climatico. Dall’accordo di Parigi all’UNFCCC, passando per Extinction Rebellion e il WWF, ogni realtà in campo in questa battaglia per una definitiva e necessaria inversione di rotta dell’impronta umana sul pianeta punta il dito su questi prossimi dodici mesi. É adesso che si gioca il tutto e per tutto, è ora il momento di fare qualcosa di concreto. E forse per la prima volta siamo tutti, TUTTI coinvolti, uniti in quanto genere umano.

Sembrano esserne sempre più consapevoli anche molti artisti, tanto che in soli pochi mesi sarebbe necessario un aggiornamento rispetto a quanto avevo già scritto a riguardo non troppo tempo fa (e non posso che gioirne).

Di certo ne è consapevole Claire Boucher aka Grimes che dopo una lunga attesa ha annunciato proprio per l’inizio di questo 2020 l’uscita del suo nuovo album “Miss Anthropocene”, sorta di concept su un’antropomorfa dea del cambiamento climatico discesa sulla Terra. Niente di più azzeccato quindi, in relazione a ciò che si diceva appena sopra. D’altra parte lo stesso gioco di parole del titolo, che fonde “misanthrope” e “anthropocene” (e quel “miss” ovviamente, sfruttato per rileggere tutto poi in chiave pop) parla abbastanza chiaro riguardo ai toni di questo disco, che già dai primi singoli sembra permeato da atmosfere pumblee e apocalittiche e si fa carico di dichiarazioni parecchio esplicite, come “Paradise on my right and hell on my left / and the angel of death, she said to God / “Un-fuck the world, un-fuck the world / you stupid girl, you stupid girl”” in “My Name Is Dark” oppure in “Violence” dove è quasi lo stesso pianeta Terra a rivolgersi al genere umano dicendo “Baby, it’s violence / you can’t see what I see / you can’t see what I see / ’cause you feed on hurting me, love”.

Un bello schiaffo in faccia, non c’è che dire. Politeismo antico, escatologia, lirismo pop sfacciato, il nostro presente più bruciante, pulsazioni elettroniche moderne e suoni demodè di chitarre tardi-’90s. Tutto fuso insieme in modo caotico ma estremamente lucido.

È bene ricordare che la nostra Claire (che si definisce “artista” in senso lato, prima ancora che musicista) ha legato da sempre in modo stretto la propria produzione discografica a un impianto concettuale e visivo (il disco che la lanciò verso il successo nel 2012 era intitolato manco a farlo apposta “Visions”) molto forte e spesso e volentieri destabilizzante ma mai banale o lasciato al caso, dimostrazione di una necessità espressiva violenta fatta in egual modo di cervello e istinto ma soprattutto di uno sguardo attentissimo alla contemporaneità stessa in cui questa necessità si svolge.

Grimes - Claire Boucher

Ovviamente non ci è dato di avere ancora il quadro completo (bisognerà aspettare fino al 21 febbraio) ma di certo tra le altre cose è stato illuminante per comprenderne in anticipo la nuova “visione” e per avere un’idea del suo sguardo trasversale sul presente un lungo articolo pubblicato a dicembre 2019 dal magazine Interview, in cui ad avvicendarsi a intervistare Grimes abbiamo nientemeno che Lana Del Rey e Brit Marling, autrice e attrice protagonista della serie instant cult di Netflix, “The OA”. Roba che neanche nei miei sogni migliori.

Lascio che sia la voce stessa delle tre artiste a parlare, molto più efficace di ogni mio possibile riassunto, riportando nel modo più trasparente possibile alcuni passaggi più significativi, per dovere di verità e per memoria mia ma soprattutto vostra, pigri lettori italiani.

DEL REY: Stavo pensando al tuo nuovo album. Non so se lo dico giusto…è ”Miss Anthropocene”, vero?

GRIMES: Certo.

DEL REY: Senti che le nuove canzoni sono più personali, più tue o risentono comunque di un’influenza della cultura dominante?

GRIMES: In parte entrambe le cose. Sono estremamente ossessionata dal politeismo. Adoro come gli antichi Greci o gli antichi Egizi vivevano in questa sorta di strano mondo “anime”, in cui semplicemente esistevano migliaia di dei che potevano essere qualsiasi cosa. Era come se ogni forma di sofferenza avesse una rappresentazione. Mi chiedo se avesse quasi un effetto psicologico positivo sulle persone. Voglio dire, se tuo figlio moriva in guerra potevi letteralmente andare a parlare al dio della guerra e chiedergli “Perché l’hai fatto?” o “Spero ci sia una ragione per tutto questo”. C’era una strana giustificazione filosofica e una forma reale e antropomorfa per ogni forma di dolore. Nella nostra società attuale non sappiamo più nemmeno come parlare di queste cose. Quindi il mio album racconta una moderna demonologia o un moderno pantheon, dove ogni canzone riguarda un differente modo di soffrire o di morire. Se ci pensi, il concetto di creare divinità è davvero divertente a modo suo e interessante. L’idea di creare una dea della plastica mi sembra molto credibile e interessante.

DEL REY: E’ una costruzione davvero creativa dentro cui lavorare.

GRIMES: Si, la religione è come la migliore fantascienza. Conosco un sacco di persone atee o agnostiche, che semplicemente odiano le religioni e non riescono a vedere ciò che in esse esiste di buono. Anche se non credi in Dio o chi per lui, è comunque innegabile che le religioni siano una forma d’arte incredibile. È storytelling incredibile, incredibili personaggi, incredibile arte visiva. So che entrambe adoriamo il riverbero. Immagina vivere nell’Europa medievale, l’unica musica che hai mai sentito è quella prodotta da un liuto ed entri in una chiesa e senti qualcuno cantare in questo straordinario lunghissimo riverbero. Che esperienza mistica poteva essere.

DEL REY: Cos’è per te il misticismo? É importante nella tua arte?

GRIMES: Il misticismo è un sottoprodotto dell’evoluzione. Penso che siamo intrinsecamente religiosi per natura, anche se non lo siamo poi esplicitamente. Diventiamo emotivi per cose che assomigliano alla religione. Lo stesso modo in cui le persone ti vedono (in quanto artista) è chiaramente una forma di idolatria. Non so in che altro modo potresti chiamarlo. Se c’è un artista che amo, lo vedo dal vivo e piango e penso “Cazzo, in questo momento mi sto comportando come un contadino del XIV secolo”. Mi sento come un pellegrino in visita a una reliquia sacra o qualcosa del genere.

DEL REY: Mi sono sentita esattamente in questo modo a un concerto di Dylan.

(E questa ultima battuta di Lana è la prova di ciò che aveva scritto il nostro Guglielmo a inaugurazione di queste pagine. E ora sono io a sentirmi come un cazzo di contadino del basso medioevo. E so che Guglielmo sarebbe con me)

Ma l’artista canadese non si ferma solo alla questione antropologica delle religioni e la discussione scende appunto su topics più strettamente legati al mondo moderno, alle nuove tecnologie, al potere delle prossime intelligenze artificiali in arrivo (giusto per la cronaca vi faccio notare che la ragazza è attualmente fidanzata con Elon Musk), a quella contemporaneità di cui si diceva. Il discorso è molto lungo e complesso, fino a fare un giro su sé stesso e tornare paradossalmente quasi dove era iniziato.

GRIMES: Ieri leggevo a proposito della “outrage culture” e del fatto che per ogni parola emotivamente forte presente in un tweet, questo riceve il 15% di interazioni in più. Viviamo in questa epoca strana in cui non ci siamo evoluti per interagire con così tante persone. E non ci siamo evoluti per essere osservati così tanto come siamo in realtà osservati e, viceversa, per osservare le altre persone così tanto come in realtà le osserviamo. Nessuno sta considerando l’impatto psicologico di tutta questa follia tecnologica. In particolare, a partire dalle elezioni di Trump, è il primo vero momento storico in cui tutto il pubblico si muove interamente su internet. Mia nonna è su internet.

DEL REY: Ci penso di continuo. È importante ricordarlo e dirlo a gran voce. Il modo in cui stiamo imparando a relazionarci gli uni con gli altri a un livello di massa così elevato e così istantaneo e interconnesso è incontrollabile, sembra quasi un ritorno al Far West. Sto ancora cercando di trovare una mia dimensione. Mi chiedo: com’è possibile adattarsi alla cultura contemporanea e continuare comunque a vivere la propria vita nel modo più autentico possibile?

GRIMES: Penso che tutti dovremo diventare molto più bravi a perdonare.

(La parola passa a Brit Marling)

GRIMES: Quello che mi terrorizza è l’idea di un’intelligenza artificiale che abbia accesso online, possa vedere la storia e le vite di chiunque e poi ricattarci per qualsiasi cosa. Sembra quasi inevitabile. Abbiamo tutti mandato e-mail o messaggi “sbagliati”. Anche se ci fossero leggi che lo prevengono, alla fine ci sarebbe comunque una tecnologia senziente, intelligente e forte a tal punto da avere accesso alle cazzate di chiunque e poi essere in grado di obbligarci a fare quello che vuole. […] Se hai controllo dell’identità di tutti, puoi controllare il mondo. Ormai è evidentemente molto più semplice di una presa di potere violenta. […]

MARLING: Significa pensare al potere in modo nuovo e più limitato. Con le vecchie concezioni di potere avresti dovuto possedere un esercito e uccidere tantissime persone e a quel punto avresti avuto il potere. L’intelligenza artificiale è molto più evoluta. Potrebbe pensare “Ho bisogno di controllare solo 12 persone in tutto il pianeta. Una volta ottenuto il controllo di queste 12 persone il mondo avrà l’aspetto che io voglio che abbia”

GRIMES: Potrei sbagliarmi, forse potrei esagerare adesso ma sento che questo può essere uno dei momenti più importanti della Storia. Sembra che ci stiamo muovendo sul limite tra il vecchio mondo e quello nuovo. È come prima e dopo la costruzione delle piramidi. Stiamo per digitalizzare la realtà e colonizzare lo spazio, allo stesso momento. E sono due delle cose più pazzesche mai concepite nella storia dell’umanità. Sta per succedere mentre siamo vivi e siamo ancora giovani, che è assurdo quando ci pensi. Stavo pensando di fare questo podcast che dovrebbe chiamarsi The Last Artist e vorrei davvero che tu ci fossi. Te ne ho mai parlato?

MARLING: No, di cosa si tratta?

GRIMES: Ho pensato “Cazzo, noi siamo gli ultimi artisti”. Potremmo essere l’ultima generazione che fa arte senza dovere competere con computers e intelligenze artificiali che saranno dieci milioni di volte migliori, più veloci e più eccitanti di noi. Potremmo essere gli ultimi artisti umani a non essere resi completamente obsoleti dalle intelligenze artificiali.

Questa potrebbe essere l’ultima arte umana di cui importa qualcosa a qualcuno.

L’intervista arriva quindi a questa conclusione finale, tornando all’inizio

GRIMES: Siamo continuamente alla ricerca del nostro creatore: “Chi è Dio? Chi ci ha creati?”. Quello che è davvero interessante è che per quanto riguarda le intelligenze artificiali, siamo noi il loro Dio. Saranno i primi esseri senzienti a conoscere il proprio creatore e a sapere ogni cosa di lui.

Le religioni, l’idea di Dio e le scoperte tecnologiche, la fantascienza di quando eravamo bambini, l’impersonificazione dei nostri demoni moderni interiori ed esteriori. La nostra contemporaneità, ecco tutto.

Ragionando proprio su queste cose in questo nuovo inizio d’anno mi sono trovato nel circolo vizioso di scrivere di un disco nemmeno ancora pubblicato, “Miss Anthropocene”, di questa strana artista che della contemporaneità fa la materia prima della propria opera e alla contemporaneità stessa si rivolge. Disco che ancora prima della sua uscita mi sta facendo pensare, mi sta ponendo diversi dubbi e illuminando su alcuni aspetti ancora tremendamente inesplorati ma così specifici della nostra epoca, appunto, e che mi sembra già pronto a porsi come un prodotto culturale-chiave per capire questo anno-chiave che verrà.

Quale sarà quindi la nuova prospettiva, la scintilla per una nuova era che prenderà vita in questo 2020 ancora da farsi? Sarà l’avvio della soluzione al problema climatico? O sarà forse invece il primo passo verso questa nuova tecnocrazia assoluta? Diventeremo padroni della contemporaneità o sarà la contemporaneità ad impadronirsi di noi e a trasformarci in nuovi dei-schiavi di un’esistenza creata dal nulla con superbia cristiana, a nostra immagine?

La mia risposta è nelle parole stesse di Claire Boucher: Fuck. I don’t know. We need to get deeper into the digital world, and we also need to get further away from it.

L'autore

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